Cinema News — 19 giugno 2014

Titolo: Synecdoche, New York
Regia: Charlie Kaufman
Soggetto: Charlie Kaufman
Sceneggiatura: Charlie Kaufman
Cast: Philip Seymour Hoffman, Michelle Williams, Catherine Keener, Jennifer Jason Leigh, Tom Noonan, Samantha Morton, Hope Davis, Lynn Cohen, Sadie Goldstein, Daisy Tahan, Emily Watson, Dianne Wiest
Fotografia: Frederick Elmes
Montaggio: Robert Frazen
Scenografia: Mark Friedberg
Musiche: Jon Brion
Produzione: Charlie Kaufman, Spike Jonze, Anthony Bregman, Sidney Kimmel
Distribuzione: Bim Distribuzione
Nazionalità: Stati Uniti
Anno: 2008
Durata: 124 minuti

Non sappiamo se quella di Synecdoche, New York rappresenti una pausa dalla rodata collaborazione tra Charlie Kaufman, Spike Jonze e Michael Gondry, oppure sia l’inizio di una solitaria e poderosa carriera da autore e regista. Cosa abbia spinto lo sceneggiatore newyorkese a privarsi del talento visionario dei suoi colleghi non è dato saperlo: possiamo, tuttavia, ipotizzarne le ragioni.

Al giro di boa dei suoi cinquant’anni, Kaufman si interroga senza troppa poesia sul brutale orizzonte della morte. E forse, stavolta, le risposte date erano davvero troppo roventi per affrontare indenni ogni eventuale passaggio di mano. Nervi scoperti che soltanto da solo, probabilmente, avrebbe potuto provare a distendere, partendo da una matassa tanto intricata quanto dolorosamente viva.

Caden Cotard è un regista teatrale di successo. Sposato e padre di una bambina, conduce invece una vita privata infelice, a causa di un rapporto problematico con la moglie, che medita di abbandonarlo. Quando l’uomo si accorge che la propria salute è messa a repentaglio da improvvisi – e spaventosi – segni di decadimento, si convince di essere malato e comincia a farsi domande sul proprio futuro, sempre più precario e incerto.

La grandezza colossale di Synecdoche, New York risiede nel progetto che Caden ha in mente di realizzare: un palcoscenico e una scenografia multipla talmente grandi da contenere tutte le scene più significative del suo brutto momento. Elementi centrali sono il sesso – e la carica tentatrice ad esso collegata – l’amore non corrisposto per la sua famiglia, e le tante, vorticose e inaspettate relazioni umane che un artista rischia di intrattenere trovandosi in uno stato più che confusionale.

Ed è nella preparazione di questa opera teatrale che la pellicola si impenna verso un estremo e sconfinato gioco di scambi e sovrapposizioni: dapprima gli attori diventano personaggi, poi saranno questi ultimi a prendere il sopravvento, in un gioco di doppi (e tripli!) quasi divertente. L’ironia di Kaufman infatti, seppur spesso velata, traspare più volte con l’obiettivo di alleggerire una trama che risulterebbe altrimenti a tratti insostenibile, nel suo incedere inesorabilmente verso l’esplorazione della fine.

Un film che in ogni caso deve molto alle soluzioni spiazzanti di Spike Jonze, di cui Kaufman ha evidentemente fatto tesoro. Una su tutte, gli angoli di New York ricostruiti nel faraonico set di Caden. Jon Brion, inoltre, cura egregiamente la colonna sonora caricando di tensione la narrazione e divertendosi con numerosi climax. La fotografia è invece affidata al lynchano Frederick Elmes, che firma le numerose scene di interni con una luce perturbante e claustrofobica.

Il compianto Phillip Seymour Hoffman offre una delle interpretazioni più intense della sua lunga carriera, in un’opera che prima del finale rischia di provocare qualche sbadiglio ma che in ultimo, grazie a un epilogo liberatorio e ai limiti del didascalico, conclude con coerenza le premesse e risponde alle tante domande del protagonista. Indubbiamente, per l’ennesima volta Kaufman ci porta dritti nella testa del suo personaggio e forse, con il senno di poi, anche in quella del suo fragile attore.

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