Cinema News — 27 giugno 2013

Sarebbe  interessante domandare ad uno studioso del cinema italiano di analizzare anche in relazione al cinema europeo il più classico dei topoi del cinema basato sull’endiadi arte/vita, vale a dire il triangolo, qui rappresentato da tre personaggi Massimo, Nadia e Paola, i cui destini si sono intrecciati indissolubilmente dopo un crash automobilistico. Così il film, premiato nel 2007 al festival di Locarno, è concepito come un diario, una sequenza ininterrotta di piani sequenza in un rapporto a tre, circoscritto all’appartamento di Nadia, dove la famiglia alternativa, costituita dai protagonisti sembra apparentemente assorbita dagli scopi di soddisfare i bisogni corporei, sessuali, concedere o rubare momenti di puro piacere fisico,  affettivo  dovendo convivere gli uni con gli altri per allestire un fantomatico spettacolo teatrale, di cui Nadia/Micol Martinez, in quanto attrice anche nel profilmico è organizzatrice. Le descrizioni frammentarie , affresco ripetitivo delle relazioni quotidiane fra i tre, fanno emergere una tensione dinamica,  in cui i profili psicologici dei protagonisti sono apparentemente dissonanti: Nadia è spregiudicata e anti-borghese, Massimo un docente universitario, disilluso e stanco del rapporto con la moglie Georgia Wurth e degli orrori di Milosevic da spiegare agli studenti, mentre Paola è la più indifesa del trio. A conti fatti Rifranti nonostante le premesse di alta drammaturgia, ha realizzato un film vitale in cui l’amarezza e la solitudine si stemperano nella ricerca della libertà individuale e artistica. Il cinema quindi non si tira indietro di fronte alla sfida e fa doppiamente piacere quando il cinema a cui facciamo riferimento è quello nazionale più indipendente. Inserendosi in questa tradizione Vittorio Rifranti filma un racconto, che si evolve in  una partecipata osservazione dei ruoli intercambiabili che si ricoprono nella coppia, dopo i rapporti di Massimo con le due amiche. La narrazione è semplice ma ben definita, e ne emerge l’uso dei film come base di scambio di esperienze artistiche fra gli interpreti, da cui la necessità di far seguire ogni film da un dibattito a partire dai problemi concreti che lo hanno suscitato, è una scelta urgente da parte dei realizzatori.

La definizione di un cinema militante così come essi lo propongono non

soprattutto nel contesto attuale in cui il cinema borghese scatena un attacco

generale contro quello indipendente, tiene vivo un certo fermento dell’oggetto attaccato, risolvendosi nella sua autodifesa.

Da questo manifesto emerge chiara un’analogia il cinema dogmatico: riprese con luci naturali, recitazione interiorizzata dei pregevoli Isabella Tabarini, Fabrizio Rizzolo e la cantautrice Micol Martinez e scenografie povere. Inoltre  il regista si identifica in Massimo, subisce la sua stessa situazione di dominio da parte delle convenzioni culturali e mediatiche su una guerra infame. Proprio in virtù di questa identificazione, il regista imposta la sua lotta servendosi dei mezzi espressivi del suddetto cinema dogmatico, immagine ormai imperante quasi per antonomasia. In questa organizzazione più libera ed autonoma per la produzione e la

proliferazione dei film militanti nella drammaturgia, Rifranti rischia così di riservarci altre belle sorprese in futuro.

http://www.youtube.com/watch?v=IB7rEJubiSE

Voto:8


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