Archivio film Cinema News — 13 novembre 2013

Tales From The Dark B

– Stolen Goods di Simon Yam
– A Word in the Palm di Chi Ngai Lee
– Jing Zhe di Fruit Chan

Presentato al Festival Internazionale del Film di Roma nella sezione Fuori Concorso, Tales From The Dark offre, con risultati alterni, una variegata panoramica sull’attuale horror made in Hong Kong; film composto di sei episodi girati rispettivamente da sei diversi registi, è stato proiettato nel corso del Festival in due parti separate, di cui andiamo qui a recensire la seconda, ovvero gli episodi Stolen Goods di Simon Yam, A Word in the Palm di Chi Ngai Lee e Jing Zhe di Fruit Chan. Se è vero che tutti i registi scelgono nello specifico di parlare di fantasmi, si nota presto però come la scelta dei registri espressivi sia differente da film a film.
Sicuramente interessante l’intuizione narrativa alla base del curioso Stolen Goods, in cui il regista Simon Yam prende le mosse dalla descrizione di uno specifico quadro sociale (la crisi economica) per raccontare le bizzarre vicende del suo scalcinato protagonista. Kwan è un uomo poverissimo che vive in una minuscola e sudicia stanza della quale non riesce più a pagare l’affitto, e dopo essere stato licenziato per ben due volte decide di abbandonare ogni scrupolo morale per guadagnarsi da vivere: ruba delle urne contenenti le ceneri dei defunti e quindi chiede un riscatto alle famiglie.
Tra l’horror e il grottesco, forte di una traccia sonora che diventa l’elemento che più di ogni altro veicola suspence e terrore, Stolen Goods descrive un mondo in cui sembra che i morti se la passino meglio dei vivi, perché a differenza di loro hanno almeno un posto dove stare, pure se piccolo e angusto come il loculo di un cimitero. Quella di trovare una “casa” sembra infatti essere l’ossessione condivisa da tutti, che siano vivi o fantasmi. Angoscioso e a suo modo irriverente, ricco di momenti cupamente visionari (purtroppo distribuiti qua e là senza troppa coerenza), il film di Yam racchiude in sé l’amara metafora di un presente sempre più assurdo e paradossale.
Più debole il successivo episodio A Word in the Palm, in cui due chiaroveggenti poco convinti della serietà del loro lavoro – e che tuttavia credono fermamente all’esistenza dei fantasmi – si trovano finalmente alle prese con un vero fantasma, quello di una liceale delusa dall’amore, che desidera ardentemente vendicarsi. I protagonisti Ho e Lan devono quindi impedire che le cose volgano al peggio e tenere sotto controllo la delicata situazione.
Al di là dell’apprezzabile tentativo di coniugare l’ironia e la paura, e della riuscita descrizione dei buffi Ho e Lan, fa capolino la rappresentazione quanto mai banale e inconsistente di una storia d’amore – quella tra la sfortunata ragazza fantasma e l’uomo che l’ha irrimediabilmente ferita – che penalizza fortemente il film.
Infine, Jing Zhe racconta la storia di Chu, una vecchietta che pratica esorcismi accampata sotto una sopraelevata tra gli alti grattacieli della città. Quando tra i clienti arriva una ragazza pallida e tremante, che vuole praticare il maleficio su ben quattro persone, la situazione diventa inaspettatamente pericolosa per la stessa Chu.
Il tema centrale è quello della vendetta, un topos tra i più amati dall’horror. Delude purtroppo il finale, in cui le atmosfere del film, fino a questo punto piacevolmente tenebrose, si stemperano tra effetti speciali dozzinali involontariamente comici. Affascina tuttavia l’efficace mix di antico e moderno: l’irrazionale, sotto forma di un’inquietante credenza popolare praticamente millenaria, si insinua indisturbato, violentemente, nella contemporaneità tecnologizzata.

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