Cinema News — 19 giugno 2013

Nato nel 1953 ad Istanbul, da padre turco e madre greca ma cresciuto a Parigi e “attore francese” a tutti gli effetti, Tchéky Karyo è uno degli interpreti più ingiustamente sottovalutati degli ultimi decenni.

La sua solidissima formazione nasce alla compagnia teatrale di Daniel Sorano e al Théâtre national de Strasbourg, dove Karyo si fa le ossa interpretando il repertorio del teatro classico francese e non solo: passa con disinvoltura da Moliere a Shakespeare.

Il 1981 lo vede debuttare nel cinema al fianco di un gigante come Gerard Depardieu in Il ritorno di Martin Guerre di Daniel Vigne (da cui nel 1993 sarà tratto il remake Sommersby con Richard Gere e Jodie Foster). L’anno successivo riceve per la prima volta la candidatura al premio Cesar per La spiata di Bob Swaim.

Il volto di Karyo diventa “internazionale” nel 1998 con L’orso di Jean-Jacques Annaud ma la vera notorietà arriva nel 1990 con Nikita di Luc Besson. Nell’ampia galleria di personaggi memorabili che il regista francese inserisce in questo noir di enorme successo, quello di Karyo spicca come il più positivo malgrado il suo ruolo ambiguo. E’ un agente segreto che prende sotto la propria ala la tossica protagonista e le propone una scelta drastica: diventare una killer dei servizi segreti francesi o morire. Nonostante la sua spietatezza, non ha la spocchia del capo (Philippe Le Roy) né il ruolo disgustoso dell’eliminatore (l’altrettanto memorabile Jean Reno). Ma dove vince veramente è nel confronto con il fidanzato di Nikita: benché questo sia decisamente buono e l’agente decisamente no, il pubblico si chiede come può la protagonista stare con quell’insulso bravo ragazzo invece che con la “tigre” Karyo, palesemente innamorato di lei dietro la facciata glaciale.

Il volto da duro dell’attore turco-francese non pregiudica la sua versatilità. Passa dai film storici come 1492: la conquista del paradiso di Ridley Scott, alla saga di 007 con GoldenEye di Martin Campbell, fino ad approdare nel 1997 alla commedia sentimentale con Meg Ryan Innamorati cronici (di quel Griffin Dunne che fu protagonista di una delle poche commedie di Scorsese, Fuori orario) in cui mostra un’eccezionale autoironia interpretando la parodia del francese classico – cuoco, playboy, bevitore e arrogante – che finisce vittima di scherzi ferocissimi organizzati dalla ex fidanzata. Anche in questo caso, il suo ruolo secondario finisce con l’oscurare il protagonista Matthew Broderick.

Conferma il proprio talento comico, in un ruolo in qualche modo simile, anche se in versione “delinquenziale” nella commedia sulla marijuana L’erba di Grace e riesce a fondere il lato drammatico e quello umoristico ne Il patriota di Roland Emmerich, in cui è un francese che aiuta gli americani nella Guerra di Indipendenza. Malgrado l’argomento serio e i molti episodi tragici del film, Karyo e Mel Gibson alleggeriscono la pellicola con brevi rilievi umoristici affidati soprattutto alla mimica facciale più che ai dialoghi, come solo i grandi attori sanno fare. Si veda la scena in cui Gibson, preparando la battaglia finale, vede il francese uscire dalla propria tenda con un abito degno del Mozart di Amadeus: l’assurdità comica è trasmessa solo dallo scambio di sguardi imbarazzati tra i due “duri”.

In seguito, Karyo viene colpevolmente dimenticato dal cinema francese e internazionale pur partecipando, in ruoli secondari, ad altri film, come La masseria delle allodole dei fratelli Taviani, che lo riporta nella nativa Turchia per raccontare la storia negata del genocidio degli Armeni.

Meriterebbe di essere recuperato, Tchéky Karyo, perché il suo volto da duro, ora che ha quasi sessanta anni, diventa sempre più sofferto e scultoreo e perché è molto raro, nel panorama europeo odierno, trovare attori altrettanto versatili e così capaci di caratterizzazioni memorabili.

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