Archivio film Cinema News — 17 luglio 2017

Wolf Creek 2 terminava con un colpo di coda crudele e beffardo che faceva piombare il protagonista, vittima dell’incubo, da uno stato di salvezza apparente in un baratro di perdita identitaria. Questa soluzione finale la ritroviamo, in altri termini e in un altro contesto, in The Belko Experiment, in cui Greg McLean ripulisce la propria estetica rozza e polverosa, sostituendo alle asperità desertiche dell’Australia gli interni asettici di una azienda colombiana in cui non si sa bene a cosa si lavori e da chi sia gestita. Per Mc Lean la società è un teatro di sangue in cui l’uomo è vittima di una umanità hobbesiana in cui la legge dell’homo homini lupus imbratta anche l’immaterialità da new economy concretizzandola in carne da macello. 24 ore lavorative all’interno dell’azienda Belko diventano un inferno in diretta, un reality show luttuoso in cui per non morire bisogna uccidere. Mc Lean ingabbia un gruppo di persone in un ambiente e fa esplodere la violenza, meccanismo tipico del giallo-thriller (da 10 piccoli indiani in poi) ma struttura il tutto come fosse una partitura musicale.
La tragedia moderna si apre con Yo Vivire (cover di I will Survive), procede con un ritmo sospeso come se i protagonisti si muovessero in una sorta di acquario sociale, poi il ritmo esplode in un montaggio serrato sulle note di California Dreamin (Latin Version) e poi si passa a Tchaikovsky con un allegro non troppo e molto maestoso. In parallelo alla struttura musicale c’è una modificazione dei cromatismi fotografici, partendo da tonalità fredde e metalliche che riverberano l’immaterialità dell’azienda per giungere allo zenith del massacro con tonalità notturne a degli aranciati caldi, evocativamente apocalittici.
L’operazione, rispetto ai precedenti lavori dell’autore, tende a esplorare un’immaterialità extracorporea in un continuo gioco delle parti tra fisico e informatico, in cui persino nel corpo a corpo del prefinale si è in dubbio su cosa sia concreto o meno, attraverso un sovrapporsi di muscoli tesi, sudore e slogan informatici.
L’Azienda Belko è una trappola per topi, vertice sociale che una volta raggiunto dal topo-impiegato diventa la sua dannazione finale, oltre la verticalità della scalata sociale che compiva più di 90 anni fa Harold Lloyd c’è l’orizzonte perduto Belko, il termine della corsa verso la smaterializzazione di dati e persone.
Satirico, iperviolento fin quasi al barocchismo splatter con una mestizia di fondo e un senso dell’abbandono che fa pensare al miglior Ferreri, leggendo in parallelo I cani nella villa-cimitero nel finale della Grande Bouffe con quelli ripresi in esterno alla Belko. Non così perfetto come Il dittico Wolf Creek ma con invenzioni e ritmo da vendere.

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