Archivio film Cinema News — 15 agosto 2018

Che fareste se, a un certo punto della vita, incontraste la donna (o l’uomo) che fa al caso vostro ma la vostra famiglia vi sottraesse qualsiasi chance di progettazione di un futuro insieme, forte dell’idea che dobbiate contrarre regolare e benedetto matrimonio soltanto con una persona della vostra stessa nazionalità?
E’ quello che accade a Kumail Nanjani, attore comico (oltre che sceneggiatore e produttore, nella vita reale oltre che nel film) protagonista della romantic comedy atipica The Big Sick, che già dal titolo preannuncia uno degli snodi cruciali della storia.
Poco importa la regia, a questo punto: l’uomo ombra che si cela dietro l’ufficialità di Michael Showalter è proprio Nanjani, tra le star della serie Silicon Valley, pakistano d’origine, e non a caso. Come non sono casuali le origini ebraiche di Judd Apatow, sceneggiatore, regista, qui produttore: autore di commedie dall’umorismo caustico quali 40 anni vergine e Molto incinta, sembra infondere indirettamente a questo film l’ironia quieta e paradossale, l’allegra disperazione della cultura nativa.
Il sodalizio con Nanjani, altrettanto misurato, pacato, espressione di un low profile eppure, a tratti, esilarante nella caratterizzazione di se stesso agli esordi artistici – un giovane di Karachi cresciuto nell’America dei fast food e di X-Files, perfettamente integrato, taxista per sbarcare il lunario ma con il sogno di raggiungere il successo con un proprio one-man-show – approda ad una sinergia straordinaria sia a livello formale che narrativo, sancendo l’originalità di una commedia interrazziale in cui, per una volta, viene totalmente ribaltata la prospettiva da cui si guarda e si racconta.
Qui è Kumail (e non, come già visto in altre pellicole dello stesso genere, un personaggio femminile fragile e vessato) il fulcro di ogni cosa: della sua famiglia pakistana assurdamente rigida e tradizionalista, che dopo anni di vita e lavoro negli Stati Uniti li vive ancora come una minaccia, un pericolo, un corpo estraneo da cui tenersi ostinatamente al riparo, perché non infetti il tessuto sano della loro cultura millenaria (e per questo vive “l’americanità” del figlio come la scoperta di una mela bacata in un cesto di mele sane, tentando di porvi rimedio in maniera molto rozza ogni sera, a cena, quando in famiglia si presenta una pletora di improbabili candidate pakistane al ruolo di moglie); del gruppo di strampalati amici-artisti e sognatori che fanno capo al comedy bar di Chicago dove lo stesso Nanjani si esibisce, coltivando un comune sogno newyorkese; infine, ed è il contesto più importante, del rapporto a due con Emily (in cui si rispecchia Emily V. Gordon, scrittrice, la vera moglie di Kumail, interpretata con la necessaria risolutezza e un pizzico di giovanile indifferenza da Zoe Kazan, nipote d’arte e volto interessante del nuovo cinema indie americano), laureanda in psicologia, ragazza libera, indipendente ma irrimediabilmente americana, con tutto ciò che questo comporta quando la situazione già irta di ostacoli si complica alla grande. Perché Emily, già preda di qualche piccolo grande dubbio derivante dall’atteggiamento un po’ troppo vago e rilassato di Kumail nei confronti dell’eventualità di costruire un futuro insieme (vedi “la regola delle 48 ore”, la fitta cortina di mistero in cui avvolge agli occhi di lei la sua famiglia), a un certo punto si ammala: all’improvviso e, sempre non a caso, di una rara sindrome autoinfiammatoria (“the big sick” del titolo) che metaforicamente si comporta proprio come la famiglia del suo ragazzo, trattando anche le cellule sane del corpo come se fossero pericolose e infette. Un colossale “misunderstanding”, come lo definiscono i medici che l’hanno in cura, una totale incomprensione. Una svista, un errore percettivo, insomma, quello in cui cadono sia i parenti di Kumail, quando fanno di tutto per ritardare e ostacolare il melting pot etnico, sia l’America post 11 settembre, prevenuta e pronta a tacciare chiunque abbia la pelle ambrata e gli occhi scuri come terrorista dell’Isis, sia, almeno inizialmente, Beth e Terry Gardner (Holly Hunter e Ray Romano, che danno vita a un affiatato e straordinario duetto d’attori), i genitori di Emily, esponenti di una generazione ex sessantottina smaccatamente in crisi, prima che con la società in cui vive o con i propri figli (e i loro fidanzati, da qualunque parte del mondo provengano), con se stessa. Sicché, anche qui si approda al caos, alla commedia triste degli equivoci, in cui nessuno è come appare e l’apparenza inganna tutti (anche se, alla fine, un fragile ma promettente equilibrio viene ristabilito): Kumail inizialmente appare agli occhi di Terry – ma specialmente di Beth – come un immaturo, superficiale tardo adolescente, di poca intelligenza e scarsi propositi seri nei confronti della figlia; del resto, allo sguardo di Kumail, la coppia sembra in prima battuta rigida, granitica, tradizionalista, una spietata replica – con le debite differenze – di quella formata dai suoi.
Per fortuna, di lì a poco i nodi vengono al pettine e crollano le maschere: Beth e Terry sono una coppia “normale”, con le sue difficoltà, con una figlia tenuta in coma farmacologico in un letto d’ospedale, in una città sconosciuta, e ancora grossi problemi irrisolti sul piano personale. Kumail, antieroe umanissimo della storia a cui non ci si può non affezionare (finendo per amare di lui quasi tutto, persino la sua ignavia, la radicata difficoltà a prendere decisioni, ad agire, a scegliere), è un giovane uomo sospeso fra due mondi, culture, mentalità e costumi. E’ espressione del suo tempo, dei nostri tempi, come della scelta di vita che ha portato i suoi genitori lontano dal Pakistan, a far crescere i figli in una terra straniera; la cosa bella è che Kumail non intende rinunciare né alla sua “heimat” d’origine né a quella elettiva e cerca di spiegare tutto questo a chi incrocia sul suo non facile cammino senza perdere le staffe, senza inutili intolleranze, aggressività, desideri di rivalsa verso chi discrimina senza nemmeno conoscere. L’incontro con Emily, prima, la sua grave malattia, poi, lo portano a evolversi, a crescere e maturare, a riflettere (capita a tutti, prima o poi) su ciò che conta davvero per lui: da mettere, quindi, al primo posto nella scala dei personali valori. Dimostra saggezza, Kumail, e lungimiranza: qualità già presenti in nuce dentro di lui, bisognose solo di emergere, e che riescono a farlo grazie alla presenza salvifica di Emily. Quella di Kumail è una lotta non violenta, quasi serena (e quanto di rado la si sperimenta, nella vita come al cinema) per il diritto alla conservazione della propria identità, all’amore: il sorriso non gli sfugge quasi mai dalle labbra, anche se a volte è increspato da una smorfia di delusione o di malinconia.
Nanjani ci insegna, con il coraggio di chi mette in scena la propria storia personale, che è davvero tutta questione di punti di vista: quello che da noi si chiama “matrimonio combinato”, nella sua terra viene considerato un semplice matrimonio, e “romantico”, per giunta. In fondo, racconta Kumail in una delle sue esibizioni, in Pakistan si sta «non troppo diversamente da qui, in realtà».
Vivere con Emily sarà come vivere tra la terra d’elezione e quella d’origine, un gioco di equilibri e continui aggiustamenti: come accade, ad esempio, ai primi appuntamenti, quando è chiaro che lei abbozza un pallido interesse per due classici horror – “La notte dei morti viventi” e “L’abominevole Dott. Phibes” – solo per compiacerlo.
A noi spettatori rimane il piacere della visione di un racconto tradizionale nei contenuti (capovolgimento di prospettiva a parte) ma affatto scontato nella forma, ironico, intelligente, leggero e divertente, ma anche, all’occorrenza, tremendamente serio e coraggioso quando sostiene che una risata, un sano sense of humor sono in grado di risolvere parecchi conflitti.
Ottimi Kumail Nanjani e Emily V. Gordon, dunque, che hanno osato mettere a nudo la loro storia con sincerità, elaborando, tra l’altro, una sceneggiatura che è stata candidata ai premi Oscar 2018.

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