News Serie TV — 05 Gennaio 2015

Lo dico subito: non amo particolarmente la serie tv The Blacklist, anche se ho visto tutte le puntate e vivo in un altalenare emozionale ogni volta che parto a vedere una puntata… posso solo giustificare la dicotomica stranezza con la mia passione smodata e irrazionale per il sempre bravissimo (per me) James Spader, uno che in scena è sempre così naturale e scazzato da farti dimenticare che sta recitando un copione. Per chi come me ha ancora negli occhi le sue performance nella divertentissima serie Boston Legal, capite, è d’obbligo guardare ogni produzione dove c’è lui e in questo format, tagliato su misura per lui, quando entra nell,’inquadrature è una vera pacchia. Ci si diverte.
Il problema è quando il signor Spader non c’è.
Ma andiamo per gradi. Intanto bisogna raccontare il plot che sta alla base della serie. L’idea è abbastanza intrigante e di largo respiro, due fattori che fanno di The Black List un prodotto potenzialmente longevo.
Potenzialmente, perché come avevo accennato prima, il vero problema della serie non è la star… ma non ho ancora spiegato il plot. Ora ci arrivo, anche se mi fremono le dita per quello che devo scrivere dopo.
Ecco il plot. Un inafferrabile super ricercato, Raymond “Red” Reddinton (Spader), decide inspiegabilmente di consegnarsi all’FBI e con sé porta un dono insperato, una blacklist dei peggiori ricercati del pianeta. Tale “regalo” però ha un prezzo: la richiesta di interfacciarsi unicamente con una giovane analista al suo primo incarico, Elizabeth Keen (Megan Boone), che fungerà da tramite ccon Red per poter seguire le operazioni dell’FBI che, con il suo inestimabile contributo, garantiranno alla giustizia i super-cattivi della lista.
Come avevo detto, il plot è intrigante e, in ogni puntata da procedurale ben rodato, i cattivoni cadono come mosche nella rete dell’FBI. Puntata dopo puntata, la concorrenza di Red viene decimata un membro alla volta. Ma si scoprirà quasi subito che l’interesse dell’inaspettato collaboratore di giustizia per la giovane e inesperta analista nasconde qualcosa di profondo… stop.
Ed ecco il vero problema della serie: Megan Boone, l’attrice meno espressiva sulla faccia del pianeta. Una che, con il procedere della storia, ci regala delle performance talmente inqualificabili che l’attrice non avrebbe nessun problema a partecipare a qualche produzione nostrana e che sarebbe apostrofata dal René di Boris con il suo ormai proverbiale “cagna, cagna maledetta!”. Ed è quello che lo spettatore si ripete fra i denti, quando vede delle battute anche scritte bene, buttate via da questa parvenu della recitazione.
E quando ci sono i duetti con Spader la cosa diventa ancora più insopportabile, perché lo possiamo chiaramente vedere negli occhi dell’attore il disagio di trovarsi di fronte a una così esibita pochezza. A rendere le cose ancora più intollerabili è il look che la produzione ha voluto regalare al suo personaggio, a partire dalla pettinatura che sembra uscita da una serie a basso costo anni ’80. Evidentemente, qualcuno ce l’ha con lei. E se si pensa che un’attrice brava come la Anna Torv di Fringe (che sarebbe stata perfetta per il ruolo) ora è a spasso, la rabbia monta e monta, perché sarebbe stato davvero interessante vedere i duetti con Spader a colpi di occhiate e recitazione minimalista. E invece, la serie propone dei primi piani degli occhi della Boone che hanno la stessa espressività di criceto. L’espressione immobile che sembra quella di una sagoma di cartone. Eppure l’attrice di produzioni ne ha fatte… vai a sapere come diavolo c’è riuscita.
A parte tutta questa disanima sulla Boone che – spezziamo una lancia sulla sua schiena – ce la mette tutta ma non ci riesce, la serie merita una visione perché, anche se non sarà indimenticabile, fa passare in relax quei quaranta minuti scritti e girati più che decentemente e a fine puntata lo spettatore non sente di aver buttato via quel tempo. E poi c’è James Spader. Già questo sarebbe un motivo bastante per guardare compulsivamente The Blacklist.

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