Nato ad Asti nel settimo giorno del settimo mese del 1977, Giuseppe Sansonna, studioso  appassionato di cinema e di biografie, è un instancabile documentarista dall’approccio particolare. Il suo metodo di indagine ha già prodotto vere e proprie gemme, da una tipica angolatura: il profilo umano. Il soggettista/autore/regista usa le varie voci che compongono il quadro descrittivo con un intento preciso, quello di tirar fuori il barcamenarsi del singolo nella vita e rispetto a una comunità che, frequentemente, è anche un arsenale di culture diverse. Giuseppe Sansonna, non a caso laureatosi con una tesi su Carmelo Bene (al quale pare stia dedicando il prossimo documentario, in progetto da tempo), riesce a rendere il tragicomico della vita, grazie alle sue interviste, alla formula degli aneddoti, e al montaggio sapiente. Sotto la sua focale sono già passati, per ora, volti noti quali Zdeněk Zeman, Rodolfo Valentino, Tomas Milian e Pino Daniele. I racconti, spesso corali (eccezione fatta per quello su Tomas Milian che è l’unico testimone di se stesso), tendono a denudare l’essere umano. Tra le costanti nei lavori di Sansonna troviamo le inquadrature dal basso dei testimoni, o gustosi momenti, non espressamente diretti alla m.d.p, quali, ad esempio, il gioco delle carte o la seduta dal barbiere. In alcuni casi sono venuti fuori veri e propri personaggi, come quello di Pasquale Casillo nel documentario su Zeman dove Sansonna, tra l’altro, è riuscito a estrapolare una vera e propria centrifuga culturale e sentimentale, aiutato anche dalle testimonianze di alcuni calciatori.

Lo scorso Novembre Giuseppe ha riportato a Cuba, sua terra di origine, Tomas Milian, nato il terzo giorno del terzo mese del 1933 (!), in occasione dell’emozionante ritratto dell’attore, realizzato per Raimovie.

Lo scorso novembre è riuscito a riportare Tomas Milian a Cuba. Qual è stato, in breve, il vostro percorso? 

Il film nasce da un mio progetto di libro dedicato a Tomas Milian. Mi ha sempre affascinato, per la sua stupefacente attitudine a lasciarsi scivolare sulla pelle le maschere più disparate. Nella sua vera vita, quella in celluloide, è stato tutto: efebico, bellissimo, ripugnante, obeso, sadico e masochista, brillante e ottuso. Scivolando, in una spirale ipnotica, dall’Olimpo viscontiano alla suburra di Bombolo. Per ritrovarsi, quasi settantenne, a sfiorare la Hollywood sognata da adolescente, nei cinema dell’Havana: nei panni di un militare feroce, com’era suo padre, in un film visionario di Soderbergh. La sua migliore interpretazione, con la sua voce autentica, arrochita e ispanica. Tanto, troppo, per una vita sola. A Miami, nei primi giorni della nostra conoscenza, gli avevo mostrato un mio documentario, dedicato al culto di Rodolfo Valentino nella sua Castellaneta. Tomas è rimasto affascinato. Lo incuriosiva la mia ironia, il discorso sull’ambiguità del mito e delle sue maschere. Ha visto il documentario tre volte di seguito, poi ha decretato che noi avremmo lavorato insieme. Da lì in poi, mentre la nostra amicizia progrediva, ho pensato che, per realizzare un ritratto inedito di Tomas, non si potesse che tornare a Cuba. Un luogo originario, che si prestava come paradosso. La parola di Tomas segue regole stringenti: ruota esclusivamente intorno alla tessitura orale del racconto di sé, cesellata nei decenni. Il mondo è puro fondale, per lui. Il mondo è puro fondale scenografico, per lui. I suoi sapienti racconti orali scaturiscono ruotando sempre intorno allo stesso punto: l’infanzia negata degli anni cubani. Riportarlo a Cuba, sessant’anni dopo la sua partenza, aveva per me un sapore paradossale. Significava ricollocare in uno dei palcoscenici cruciali della storia politica novecentesca, un cubano che vive immerso nei suoi ricordi intimi. Riportare a casa un ottantenne che ha sempre ignorato la Storia, pur avendone vissuto le sfumature più varie, nelle decine di personaggi incarnati sullo schermo.

Tomas racconta gli stessi episodi della sua infanzia in diversi momenti. Ce l’ha portato lei ogni volta oppure era lui che tornava sempre agli stessi ricordi?

Tomas, atleticamente, torna a confrontarsi costantemente con lo spettro paterno, questo ufficiale in divisa e Rayban, pronto a spararsi al cuore davanti a lui, in un tenero revival della notte di capodanno del 1946. Lo accompagna da sempre, è la sua scimmia sulla schiena. Un ricordo che spesso lo commuove. La sua dannazione, ma anche lo sparo d’avvio di una gara con e contro sé stesso. Per diventare attore “puttaneggiando, davanti alla macchina da presa”, con il dolore. Ed essere, finalmente, amato.

Qual era, secondo lei, il sentimento dominante mentre ricordava gli anni passati lì? La nostalgia o la rabbia per quella infanzia segnata da un evento così doloroso?

Rabbia diluita nell’amarezza, questo è il sentimento dominante di Tomas. Per lui Cuba è legata ad un’infanzia traumatica e ad un’adolescenza debosciata, da figlio di ricchi, vacuo e cinico. Momenti che vuole rimuovere. Ma, tra le pieghe della memoria, c’è anche qualche ricordo tenero, emerso ripercorrendo all’Havana “i suoi passi perduti”.

L’inquadratura dove lui è in silhouette davanti a una finestra con tutta la città dietro a quale momento corrisponde? 

Tomas, in silhouette, davanti alla finestra dell’Hotel Saratoga, è un momento chiave, emblematico. Mentre giravo, me ne sono reso conto fino a un certo punto. Adesso che ti rispondo, riesco a mettere a fuoco quanto quel vetro spesso, da albergo pentastellato, rappresenti la membrana impenetrabile attraverso cui osserva il mondo esterno. Tomas non esce dal suo rovello intimo, il mondo è un fondale. Persino una Cuba rivista sessant’anni dopo la sua partenza. Il suo unico, vero, contatto è emozionale, non razionale: ballare, con gli stessi passi del commissario Giraldi, con i convenuti a un rito di santerìa, nella vecchia Havana.

Tomas parla con un fortissimo accento cubano e, a momenti, usa lo spagnolo. Una volta a La Habana, c‘è stata una sorta di riappropriazione della sua lingua madre? E se sì, è stata immediata al vostro arrivo o è successo nel corso dei giorni?

La lingua di Tomas è un pastiche di americano, e romanesco, striato da venature ispaniche. Straniero in ogni lingua, e in ogni luogo, come ama ripetere. Ma, mentre eravamo a Cuba, giorno dopo giorno, ha ricominciato a parlare con gli autoctoni uno spagnolo pieno e fluido, senza interferenze, come se stesse ricucendo un legame intimo con le proprie origini. Poi, però, è dovuto ripartire.

I passaggi di Tomas con lo zaino sulle spalle: è incantevole, da una parte, e curioso, dall’altra, il modo in cui lo porta. Sembra quasi che ci porti la sua vita dentro. Cosa conteneva? È stata una scelta sua farglielo tenere oppure ha preferito in un secondo momento montare quei passaggi?

Lo zaino era la sua coperta di Linus. Non voleva separarsene. Dentro c’era poco o nulla. Un portafoglio privo di documenti, con un unico dollaro, dentro. È un bimbo, Tomas, e lo sarà sempre.

Le interviste più lunghe in quanti posti, o momenti, si sono concentrate?

Le due interviste più lunghe si sono concentrate nei due angoli opposti della sua stanza d’albergo. Tomas è uomo da interni, da penombre, da luci soffuse. È il bozzolo protettivo che lo scherma dal mondo. Vive gli esterni come un pesce fuor d’acqua. “Ferito dal vento” come dice nella sua poesia finale. Si è prestato con grande generosità.

Quando si parla di capacità attoriali, è sincero nel momento in cui dice che avrebbe preferito essere più semplice?

In parte sì, in parte no: come ogni artista, Tomas ha coltivato i suoi handicap, le sue mancanze, le sue ferite. I suoi picchi recitativi oscillano dai personaggi folli e disperati, a “cattivi” di perversa ferocia. C’è tanto di vissuto e subito.

Secondo Giuseppe Sansonna, chi è che ha duende oggi, per esprimerci alla Milian, tra gli attori italiani? E chi tra quelli stranieri?

In Italia, tra quelli celebri, direi Elio Germano. Il quale, tra l’altro, è un estimatore di Milian “per la sua capacità di sparire dietro ogni personaggio”. Su scala internazionale, direi Joaquin Phoenix. Anche nell’ultimo, fluttuante film di Paul Thomas Anderson, alla fine rimani al cinema perché c’è lui, a inchiodarti sulla poltrona. Anche Philip Seymour Hoffman era così. Più tecnico, però.

Tra i momenti più belli del suo lavoro ci sono anche Tomas e i ricordi del “signore con la cappa” e Tomas che recita le sue battute di Tepepa mentre scorre il film alle sue spalle. Vuole dirci qualcosa a proposito di questi due confronti?  

El caballero de Paris era un variopinto mendicante del Vedado, il quartiere di Tomas che, piccolo Lucignolo, gli tirava l’enorme cappa nera per dileggiarlo dolcemente. È un ricordo che lo ha emozionato, tornando all’Havana. Ho percepito che in parte, oscuramente, si identificasse con quel bizzarro attore di strada invasato, zazzeruto, bardato con cappelli assurdi. Spesso gigionesco e sopra le righe, come tanti personaggi di Tomas.

Tepepa è l’eroe terzomondista per eccellenza, il peón che trascina il popolo alla rivoluzione. Questa sorta di replicante messicano di Che Guevara, bello ed eroico, persiste ancora nell’immaginario cubano. Tomas non ha un’adesione politica al personaggio: il suo è più un trasporto sentimentale, verso una maschera distantissima dal suo vissuto personale, che lo consegnò, per la prima volta, all’esaltazione di una folla plaudente. A metà degli anni sessanta, per la prima volta, la scritta cubitale Tomas Milian in cartellone diventava sinonimo di successo al botteghino.

Dopo mezzo secolo, ricordava perfettamente a memoria l’intero monologo del suo personaggio. Ha fatto eco al se stesso giovane, commuovendosi. Per il tempo passato, per la bellezza sfiorita. E forse, inconsciamente, per le rivoluzioni, interiori ed esteriori, inevitabilmente fallite.

Tomas racconta cose abbastanza intime, come quelle relative al periodo in cui era negli Stati Uniti agli Actor’s Studio. È stato difficile farlo aprire così?

Non troppo. Tomas era, ed è, in una fase della sua vita in cui freme per raccontarsi, vuotare il sacco dalle scabrosità mai confessate. Un atto liberatorio. Tuttavia, non bisogna trascurare la sua smania di cucirsi addosso un personaggio torbido, romanzesco, amplificando episodi minimi. “Perché tendi sempre a degradarti?” gli ho chiesto all’improvviso, a camera spenta. “Perché sono troppo buono” mi ha risposto con un ghigno da bambino perfido, da Sancho Panza calato nel corpo ossuto di Don Chisciotte. Anche questa risposta è duplice, ambigua: come è Tomas.

Giuseppe Sansonna e gli anziani.  

Alla spasmodica ricerca di un bandolo della matassa nei meandri della mia vita, mi rassereno nelle vite altrui, nelle biografie del prossimo. Gli anziani hanno vicende quasi compiute, e spesso amano raccontartele. Ancora novecenteschi, rievocano oralmente vite meno gassose, meno astratte, di quelle che spesso viviamo noi. Infine scatenano un’irrefrenabile tenerezza empatica.

Qual è stato per entrambi il momento più coinvolgente?

Adoro ripercorrere vite rapsodiche. Mi illude che ci sia, nell’esistenze spese degli altri, il bandolo che non trovo nella mia. Sono interessato ad accostarmi, alle vite altrui, con una sorta di umanesimo delicato, empatico, che lasci trapelare essenze. Mi ripugna il sentimentalismo retorico, vero collante trasversale della cultura italiana. Cerco di individuare dove è sepolto il sentimento. Almeno, questo è il tentativo.

La sintesi emotiva di The Cuban Hamlet è nella sua poesia finale.

“Non mi diedero pelle, perché fossi ferito dal vento” sussurra con spossatezza dolce, da Don Chisciotte svagato in cui palpita anche un’anima furbesca, da Sancho bambino e goloso. Ho montato le sue parole sulla sequenza in cui entra dolente, sessant’anni dopo, in una casa abitata da troppi spettri irrequieti. Un finale che mi ferisce ogni volta.

Filmografia di Giuseppe Sansonna (regista)

Pino Daniele e il Naples Power (2015); The Cuban Hamlet (2104); Ultimo Giro (2014); Memorie di Adriano (2013); Due o tre cose che so di lui (2011) Lo Sceicco di Castellaneta (2010); Zemanlandia (2009); A Perdifiato, Storia di Michele Lacerenza (2007);  La Quiete  (2003)

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