Archivio film Cinema News — 30 marzo 2018

James Franco viene da Palo Alto ed è già tutto un programma. La psicologia moderna, non a caso, prende avvio anche da lì, e Franco ci regala una commedia in cui il regista-attore si specchia in una vicenda che riproduce aspetti di una seduta psicanalitica clamorosamente divertiva. Cosa spinge un autore di seriori adattamenti come Franco a calarsi nella realizzazione di un film sulla vicenda di The Room, il film dell’outsider di Hollywood Tommy Wiseau, trasformatosi contro ogni pronostico da clamoroso flop al botteghino a leggenda e cult delle proiezioni di mezzanotte? Sulle prime, il caso, cioè l’incontro con la brutta copia del libro che Greg Sestero, uno dei protagonisti di The room, avrebbe pubblicato di lì a poco con Simon & Shuster, in cui si racconta l’incontro tra il misterioso Tommy Wiseau e il giovane attore in una scuola di recitazione di San Francisco, la storia del loro legame che prese le mosse anche dal loro comune amore per James Dean. James Franco, in quel periodo a Vancouver per le riprese di The Interview, non aveva mai visto The room, ma fu rapito dal racconto scanzonato e affascinante di Sestero sulla realizzazione di un film in cui l’amicizia è il salvavita di quello che si propone come un disastro artistico e commerciale ma anche emblema di sorti ribaltate e possibili nell’industria dello spettacolo. Franco si butta a capofitto nell’intento di raccontarci la nascita di una simile paradossalità e si mette dietro la macchina da presa ma si prende anche il ruolo di Tommy Wiseau, mettendo da parte l’impegno sociale così evidente in Dubious Battle – Il coraggio degli ultimi, per accostarsi a qualcosa di più esplosivo e forse più personale: il racconto mimetico, ossessivo, precisissimo al limite del calco di sequenze del film di Wiseau, condotto in un omaggio caloroso e appassionato, riflessione sul cinema come forma di esperienza smisurata in cui si gioca il conflitto tra ragione e follia. The room, sorta di melodramma torrido su un triangolo amoroso che finisce in tragedia, è stato il solo film scritto, diretto e prodotto da Tommy Wiseau, figura misteriosa e enigmatica dai capelli vistosamente tinti di nero, che divenne celebre a Hollywood dopo aver installato un gigantesto poster su Highland Avenue per promuovere il suo vanitoso e bizzarro film che costò sei milioni di dollari e che dopo l’anteprima in due schermi della California del Sud scomparve brutalmente dalle sale, importando la cifra misera di 1800 dollari dopo due sole settimane di programmazione (nel poster una frase ad effetto e poco veritiera citava: “un dramma degno di Tennesee Williams”). The room era il riflesso dell’eccentricità del suo autore che, bollato per aver realizzato “il peggior film della storia del cinema”, si trovò affiancato a Ed Wood e conobbe poi, come controcanto della follia realizzativa che lo spronò, la beffa fortunosa del destino per la quale il suo film iniziò ad attirare folle di curiosi e divenne un cult dell’home video. Dentro questa vicenda di amore per il rischio e per una scommessa espressiva tanto emblematica e inconcludente, Franco si immerge con entusiasmo contagioso, regalando, con The disaster artist, un film che sarebbe fuorviante considerare, come è stato fatto, insincero, opportunistico: il suo film piuttosto, oltre a offrirsi come un ironico e gustoso avvertimento sui modi meno prevedibili per entrare nella leggenda, è una riflessione sul binomio arte vita che ci rammenta come non esistano contorni scolpiti e invalicabili nel cinema e in arte quando non si sa bene cosa si sta cercando di fare ma ciò che conta è accompagnare la propria passione fino all’ultimo soffio di vita. Franco coglie bene, mettendosi nei panni di Wiseau, la vicenda di ostinazione di quella che sul grande schermo diventa un’anima candida seppure aliena a qualunque forma di talento; spogliandosi dell’impegno sociale presente in altrui suoi film, Franco si disancora di sovrastrutture e sembra avviare una specie di seduta di terapia in cui l’emotività trabocca e diverte con intelligenza, nel racconto di un amicizia imprevedibile, quella tra Wiseau e Sestero, in cui potrebbe esserci una tensione omoerotica, legame che dura ancora oggi e che nel film è il racconto di un uomo adulto dal passato misterioso (non si saprà mai da dove proviene la sua grande ricchezza) che accoglie in casa un ragazzo bello e di cui è geloso fin dal primo istante in cui Sestero gli presenta la sua fidanzata Amber. Nell’empatia che trapela come dimensione emotiva dominante del film, Franco non indulge in sottolineature morbose, lasciandosi attrarre e coinvolgendoci con i sogni dei protagonisti. Wiseu è per Franco un uomo solo, incompreso, che vorrebbe che la gente si accorgesse di lui. Aiutato da un trucco eccellente, da capelli lunghi e neri, da occhiali da sole grandi stile anni ’90, Franco replica con costumi perfetti un Tommy Wiseau da premio (i Golden Globe lo hanno ricordato) e un film come The Disaster Artist può essere gustato nella maniera migliore in lingua originale dove si possono cogliere gli accenti che Franco ha modulato per restituire la cadenza tipica e le ombre umanissime dell’“artista disastroso”.

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