Archivio film Cinema News — 30 dicembre 2017
Specchio, specchio delle mie brame.. superficie riflettente e abbacinante lo specchio è da sempre archetipo di un aldilà
misterioso in grado sdoppiare la nostra immagine. Ha alimentato la fantasia umana dai miti alle fiabe popolari, dai romanzi gotici, 
passando per la psicologia e arrivando al cinema fantastico-orrorifico. Oculus di Mike Flanagan è uno tra i recenti
horror di genere in cui questo transito dallo stesso allo stesso (per dirlo con Mario Perniola) raggiunge un preciso apice
estetico senza tradirne il contenuto, lo stesso non si può dire di The Evil Within.
Eccessivamente coccolato e protetto da fanzine horrorofile e da appassionati del genere tanto da uscirne trionfatore al 17° ToHorror festival, il film di Getty vale
 più per la sua aura maledetta (l'autore, nipote cocainomane del miliardario Paul, trovato morto durante le riprese), che per il valore intrinseco
dell'opera. The Evil Within pare quasi una versione specularmente grottesca e scorretta  de L'ottavo giorno di Van Dormael, in cui il down angelico Georges lascia il posto
a Dennis, giovane disabile chiamato attraverso lo specchio dal demonio per scatenare il male, compiendo una serie di omicidi
ritualmente pagani. Ritardati figli di Dio o del Diavolo? In questo caso risalta la diversità mentale e comportamentale come depositaria di una malvagità fino ad 
ora sopita, la deformità fisiologica come culla di ancestrali mostruosità. Il politically uncorrect attraversa eticamente questo bizzarro dramma-horror 
totalmente irrisolto che esaurisce la propria creatività in una weird parade onirico-surrealista con tediose parentesi da dramma famigliare e inutili spiegoni sul
passato del protagonista, giusto per dare una certa congruità al racconto.
Berryman rispolvera l'iconografia demoniaca de La Stregoneria attraverso i secoli di Christensen, per una danza macabra che sfoggia un bric-à-brac effettistico ora 
tetro ora quasi parodico, in cui il reiterato gioco di rifrazioni psico-fisiche finisce per imboccare la strada di un refrain vuoto e ripetitivo.
Il film di Getty si limita a fare scompostamente le boccacce alle regole del gioco, invece di sovvertirle e date le premesse ciò è davvero troppo poco.
Presentato in anteprima italiana al Tohorror 2017.

 

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