Archivio film Cinema News — 04 Maggio 2020

Regia: Guy Ritchie

Cast: Matthew McConaughey, Michelle Dockery, Hugh Grant, Charlie Hunnam, Colin Farrell, Eddie Marsan, Jeremy Strong, Henry Golding, Samuel West

Durata: 1h e 53 min.

A cura di Mario A. Rumor

Saggio Guy Ritchie a tornare a casa. O meglio: sulla soglia di casa. Sono serviti due schiaffoni in faccia come Operazione U.N.C.L.E. e King Arthur – Il potere della spada (di Aladdin in live action meglio dimenticarne l’esistenza) per indovinare l’aria che tirava ultimamente nel suo cinema. Troppe escursioni hollywoodiane, in aggiunta alla tentazione di essere ecumenico nascondendosi dietro la faciloneria dei titoli “comodi”, sono banali scommesse che o si vincono o si perdono. Anche se non è Martin Scorsese che fa The Irishman, apprezziamo lo stesso il suo rientro con stile nel genere gangster. A vedere The Gentlemen in trasparenza, fin dalla primissima sequenza fin dalla prima battuta su chi comanda nella giungla, si riconosce quell’area di sopraffazione da guilty pleasure in cui il regista inglese ha dimostrato di saper far squadra non solo con storie esagerate, ribollite al punto giusto, ma anche con stuolo di attori cool come ai tempi di Lock & Stock – Pazzi scatenati (1998) e The Snatch – Lo strappo (2000). Due rapsodie criminali così in fissa che hanno scandito il gusto per quel tipo di cinema, a tal punto che sul luogo del delitto, tra i tanti, c’è tornato pure lui.

Tutto inizia con Mickey Pearson (Matthew McConaughey), americano trapiantato in Inghilterra a fare il super imprenditore dello spaccio di marijuana. Ormai prossimo alla mezza età, Mickey intende ritirarsi dal business con stile, vale a dire con 400 milioni di sterline in più sul conto corrente nonostante la sua signora Rosalind (Michelle Dockery, ex Lady Mary di Downton Abbey) non sia tanto convinta. Il tizio coi soldi si chiama Matthew Berger (Jeremy Strong, che dalla serie tv Succession porta qui in dote il suo indecifrabile sguardo e una strana affettazione). Ma non è il solo interessato all’affare, a un certo punto si mette in mezzo anche il giovane rampollo della malavita cinese, Dry Eye (Henry Golding, Crazy & Rich). Seguono incursioni non autorizzate, tradimenti, eroinomani saccenti e figlie da salvare. E tutto questo mentre l’investigatore privato Fletcher (Hugh Grant) avvicina il braccio destro di Mickey, Raymond (Charlie Hunnam), per estorcergli 20 milioni di sterline in cambio di materiale compromettente sul suo capo che altrimenti finirebbe nelle mani di un tabloid.

Manco fosse stato fatto di proposito, al luna park di The Gentlemen Guy Ritchie ci viene accompagnato da una cazzuta banda tutta maschile di interpreti (solo l’un percento è riservato alla Dockery, ma tanto basta), per i quali ricicla senza pudore l’impasto mozzafiato servito a costruire i suoi film degli anni Novanta. Di singolare c’è l’interesse a lavorare con gli stessi interpreti: per esempio Charlie Hunnam che abbiamo visto in King Arthur, qui paziente ascoltatore. L’ossessione amorosa è sacrosanta, l’egocentrismo tollerato, a patto di rispettare il necessario distacco con lo spettatore per non sciupare in anticipo ogni aspettativa e l’immancabile carica corrosiva (bello l’accostamento tra Mickey e la nobiltà inglese). Per essere più vicino alla sua idea di nirvana-gangster, Ritchie non si fa mancare il rito dei dialoghi incalzanti e fintamente scaltri, né la struttura a incastro sempre efficace in film del genere e che poi affida quasi in esclusiva all’estro “cinematografico” di Fletcher/Hugh Grant. Esauriti i fondamentali, il film si segrega con le proprie mani in una cornice cinefila (Pulp Fiction e il suo spirito aleggiano beati) ma pure ignobilmente autoreferenziale (la locandina di Operazione U.N.C.L.E. appesa a una parete) in un rapporto di inclusione tra il regista e la sua opera in simbiosi alla tanto evocata mezza età di Mickey. Come il suo protagonista, stanco di sporcarsi le mani, anche The Gentlemen prova a ripulirsi la coscienza evocando una medesima inclinazione d’animo nella illusoria convinzione di apparire un film diverso dal passato, al massimo parcheggiato con garbo in zona 2.0. Guy Ritchie commette però l’errore di farsi bastare quel suo materiale narrativo e umano, in una rissa furiosa di adrenalina, crudelissime forme di vendetta e una galleria di fascinosi interpreti ognuno dei quali ha già pronto il personale marchio di fabbrica (gli occhiali di Hugh Grant, le mani in tasca di Colin Farell). Insomma, Guy Ritchie fa il pantofolaio della regia, non il regista cazzuto che era. Eppure, anche in tale stato di estasi autoriflessiva e nonostante inevitabili slabbrature, il suo The Gentlemen è un film irresistibile e divertente. La versione posh dei gangster movie.

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