Archivio film Cinema News — 23 ottobre 2013

Il maestro Wong Kar-wai, dopo la realizzazione del più “commerciale” Un bacio romantico (2007) e il redux nel 2008 del wuxapian Ashes of time (1994), torna alla ribalta sul grande schermo con The Grandmaster (2013), riproponendo il suo stile poetico in un’opera epica e maestosa. Il film racconta circa vent’anni di Storia cinese focalizzandosi sulla vita di Ip Man, maestro di arti marziali Wing Chun e famoso per essere stato il maestro di Bruce Lee: dallo scontro fra Nord e Sud all’invasione giapponese fino alla guerra con Hong Kong, la storia di Ip Man si incrocia con quella del Maestro del Nord, della figlia Gong, del traditore Ma San e di un nazionalista noto come “il rasoio”. The Grandmaster è un’opera molto affascinante ma non semplice da seguire, sia per il grande numero di personaggi che affollano la complessa vicenda, sia per il suo essere un’espressione profonda della cultura cinese, coi relativi simboli, usanze e significati che per uno spettatore occidentale sono difficili da comprendere. Affascinante e corale (quasi leoniano in certi momenti), il film è notevole innanzitutto per le impressionanti sequenze di combattimento con le arti marziali, spettacolari in quanto a durata e tecnica realizzativa: numerosissime e ben spalmate lungo le due ore, vanno dagli scontri collettivi (come quello iniziale, indimenticabile, sotto la pioggia) ai duelli uno contro uno (memorabile, per esempio, lo scontro fra Gong e Ma San alla stazione dei treni). Coreografati da Yuen Wo Ping (quello di Matrix e Kill Bill, per intenderci), diventano ancora più potenti visivamente grazie alla regia di Kar-wai, che sembra far proprie le lezioni di Sam Peckinpah e Sam Raimi alternando poderosi ralenti con accelerazioni e zoom sui dettagli. In The Grandmaster sono presenti i temi classici dei film di arti marziali (onore, tradimento, vendetta): Wong Kar-wai non si limita però a mettere in scena un citazionismo tarantiniano, bensì utilizza lo spettacolo per imporre il suo stile visivo. Infatti, la sua fluviale ricostruzione storico-esistenziale, in cui la Storia si fonde con le storie dei personaggi, è innanzitutto una ricerca estetica: a cominciare dai titoli di testa, che compaiono sullo sfondo di un amalgama di colori mutevoli, e proseguendo in ogni inquadratura, attenta sia ai dettagli che ai vasti panorami, ai giochi di luci e ombre e alla sapiente alternanza fra lunghi piani sequenza e immagini montate freneticamente; la cura estetica di Kar-wai è supportata da un’ottima fotografia, che varia dal tono quasi color seppia degli interni al grigio notturno fino ai bianchi paesaggi innevati, amplificando la potenza visiva di ogni scena. Notevole anche la colonna sonora, con una prevalenza di brani malinconici e di ampio respiro, anch’essi dal gusto leoniano. The Grandmaster, ad ogni modo, non è un puro esercizio estetico, in quanto l’immagine è al servizio di una lunga vicenda dal sapore lirico che analizza in profondità (grazie anche alle intense interpretazioni) le vite dei personaggi: dallo scontro fra le varie scuole di arti marziali al rapporto fra maestro e allievo fino all’impossibile storia d’amore fra Ip Man e Gong. Possiamo dire che, con The Grandmaster, Wong Kar-wai realizza un sontuoso affresco storico ed esistenziale, elegiaco e nostalgico, paragonabile a quello che Sergio Leone ha fatto con C’era una volta il West e C’era una volta in America.


(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.