Archivio film Cinema News — 02 settembre 2016

 

Titolo originale: The Invitation
Regia: Karyn Kusama
Soggetto: Phil Hay, Matt Manfredi
Sceneggiatura: Phil Hay, Matt Manfredi
Cast: Logan Marshall-Green, Tammy Blanchard, Michiel Huisman, Emeyatzy Corinealdi, Lindsay Burdge, Mike Doyle, John Carrol Lynch, Marieh Delfino
Fotografia: Bobby Shore
Montaggio: Plummy Tucker
Musiche: Theodore Shapiro
Produzione: Gamechanger Films, Lege Artis, XYZ Films
Distribuzione: Drafthouse Films
Nazionalità: USA
Anno: 2015
Durata: 99 min.

Will si reca con la sua fidanzata nella casa in collina in cui un tempo aveva vissuto con la ex moglie, dalla quale si era separato a causa della tragica morte prematura del loro unico figlio. Ad aspettarli, oltre ad altri amici vecchi e nuovi giunti lì prima, è proprio l’ex moglie, Eden, che adesso vive con David, il nuovo fidanzato. L’atmosfera è distesa e tutti sembrano pervasi da un genuino spirito da rimpatriata. Will però non sembra a suo agio: è il primo incontro con Eden due anni dopo la separazione – così come lo è quello con i loro amici in comune – quella casa fa riemergere inevitabilmente ricordi sia belli che tragici, è la prima volta che vede David e, inoltre, certi atteggiamenti e comportamenti di qualcuno dei nuovi conoscenti lo lasciano piuttosto perplesso. Quando poi Eden e David annunciano a tutti i presenti di aver aderito a una sorta di setta con sede in Messico, Will inizia a capire il perché delle sue strane sensazioni, soprattutto nei confronti di Sadie e Pruitt, le due nuove facce che non lo convincevano per niente, insieme allo stesso David.

Con The Invitation, Karyn Kusama firma un thriller da camera che arriva dopo il suo Jennifer’s Body del 2009, rimanendo idealmente sulla stessa scia ansiogena – seppur priva della sottile ironia presente nella pellicola con protagonista Megan Fox – e riuscendo a scollarsi di dosso, forse definitivamente, la nomea che la legava al suo megaflop Æon Flux – Il futuro ha inizio (Æon Flux, 2005). The Invitation, attraverso suoi ritmi angosciosamente lenti, una fotografia soporifera e la presenza di dialoghi in molti casi a metà tra il surreale e lo sconnesso, sembra incarnare non tanto lo spirito del genere thriller/horror a cui questo film giustamente appartiene, bensì quello di una sofferta e drammatica esplorazione della morte in tutte le sue sfaccettature (anticipata in maniera esplicita dal lunghissimo pseudo antefatto dell’investimento e dell’uccisione del coyote da parte di Will). Nella gioviale riunione serale dei protagonisti è infatti l’”assenza” a prevalere, piuttosto che una reale condivisione degli spazi fisici, incarnati dall’inquietante bellezza della villa sulle colline di Hollywood, abitazione che però, più che contenere, “rinchiude” tutti all’interno come una gigantesca bara. I membri della setta sono tutte persone che hanno dovuto affrontare la perdita di una persona amata e che attraverso la loro partecipazione collettiva si impegnano a rimuoverne il ricordo attraverso una procedura inquietante, scoperta di nascosto da Will da un video nel computer di David. L’assenza emerge strisciando dagli sguardi e nei comportamenti di tutti: Will è disturbato dalla voce del figlio morto che risuona nella sua testa dal momento in cui è entrato nella sua vecchia villa e ha visto la sua ex moglie; Eden cammina come se fosse sospesa per aria, con un sempiterno sorriso delirante che sembra essere tenuto in piedi proprio dal rifiuto di quella morte che invece sta logorando il suo ex compagno; Pruitt e Sadie sono semplicemente dei fantasmi allucinati che si muovono in un presente molto più simile a un limbo claustrofobico che li ha come anestetizzati, proprio come si evince dagli sguardi persi della ragazza e dalla normalità con cui Pruitt racconta a tutti il modo in cui uccise sua moglie tempo prima.

Un lento e disturbante viaggio nell’oblio – supportato da un setting accattivante e da musiche essenziali ma taglienti dell’ottimo Theodore Shapiro – che indica il tanto atteso punto di svolta di una delle registe più sottovalutate di questo decennio, anche se la parziale e difficoltosa distribuzione della pellicola nelle sale proprio in USA, indica forse uno scetticismo nei suoi confronti che sembra davvero duro da sradicare.

Voto:8

 

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