Cinema News — 03 gennaio 2013

Stati Uniti, 2012

Di Paul Thomas Anderson

Cast: Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern

Durata: 137’

Avete mai sentito parlare di “Dianetics”? Si tratta di un testo, un saggio “medico/scientifico” per l’esattezza, scritto da Ron Hubbard e pubblicato per la prima volta nel 1950 con il titolo “Dianetics: La scienza moderna della salute mentale”. Hubbard era uno scrittore di fantascienza che con questo libro gettò le basi per un vero e proprio nuovo modo di vivere e pensare, un credo, che si fondava sulla capacità della mente di controllare ogni aspetto del corpo. Attraverso le indicazioni di Hubbard, che lui affermava “scientificamente approvate” anche se non indicava quando, dove e da chi, era possibile curare le malattie e i disturbi psichici attraverso la mente (la parola “dianetics” deriva dal greco: dia “attraverso”, nous “mente”). Miopia, daltonismo, asma, artrite e perfino cancro e diabete, tutti guaribili grazie al raggiungimento di uno stato mentale ottimale che Dianetics promuoveva; inoltre questa disciplina assicurava un accrescimento dell’intelligenza. Capirete che affermazioni di questo tipo crearono non pochi problemi, anche di carattere legale, a Hubbard, solo che il carisma dello scrittore – e magari anche il difficile periodo postbellico in cui emersero i suoi dettami – diedero vita a un vero e proprio seguito di sostenitori, che con il tempo si sviluppò in una setta “scientifica” che ha portato oggi a Scientology.

Sull’incredibile storia di Hubbard e Dianetics si concentra “The Master”, il nuovo film dell’acclamato regista Paul Thomas Anderson. Il regista però non parla mai di Dianetics, ne Scientology ne tantomeno di Hubbard, scrivendo e dirigendo un film che si ispira chiaramente ai quei fatti e a quelle persone, cambiandone però i nomi.

The Master” racconta la storia di Freddie, un reduce dalla seconda guerra mondiale, dipendente dall’alcool e con palesi problemi comportamentali che hanno ricadute di carattere psicologico, soprattutto per quanto riguarda la sfera sessuale. Freddie, infatti, è ossessionato dal sesso, che sembra essere diventato il suo unico scopo di vita. Dopo una serie di lavoretti sfumati a causa del suo pessimo comportamento, Freddie finisce in mare e viene ripescato dalla nave su cui viaggia Lancaster Dodd e la sua famiglia. Dodd è il facoltoso e carismatico leader di un movimento spirituale chiamato La Causa, in cui pian piano Freddie si lascia convincere ad aderire, abbracciandone in modo totale il credo.

Anderson è un regista molto personale, capace di affrontare il mondo del porno in declino con il magnifico “Boogey Nights” e poi, subito dopo, gettarsi nel melodramma di “Magnolia” e “Ubriaco d’amore”, fino alla consacrazione nell’olimpo dei grandi di Hollywood con “Il petroliere”. Ma nel suo percorso autoriale, Anderson è riuscito sempre e comunque a contraddistinguersi per l’originalità delle storie affrontate e per la bontà della scrittura delle sue sceneggiature. Se infatti in “Boogey Nights” e “Magnolia” emerge una voglia registica sperimentativa oltre che una cura maniacale negli intrecci e nei dialoghi, nei suoi film successivi si nota l’adozione di uno stile formale più classico – se così possiamo definirlo – in vantaggio di una scrittura sempre più elaborata e approfondita: meno personaggi ma ottimamente costruiti e sviluppati, oltre che dialoghi memorabili. “The Master” ovviamente non sfugge alla regola e ci regala una storia complessa e interessante, ottimi personaggi e soprattutto un parco di attori di primissima qualità.

Però “The Master” non è il miglior film di Anderson, distanziandosi dalla completezza formale e narrativa di “Il petroliere” e dall’anarchica spensieratezza di “Boogey Nights”. Il nuovo film di Anderson parte benissimo, con un primo tempo di grande fascino e complessità, in cui si descrive magnificamente il personaggio di Freddie – interpretato da un Joaquin Phoenix in stato di grazia – , le sue fissazioni, le sue nevrosi e le sue innumerevoli debolezze, amplificate dall’esperienza bellica che sembra averlo segnato in modo indelebile, distruggendo completamente il suo futuro e le sue aspirazioni. L’incontro con Dodd – interpretato da un altrettanto grandioso Philip Seymour Hoffman – cambia la vita di Freddie, gli da finalmente uno scopo e una dimensione, trovando ne La Causa un posto nella società. Fino a quando Anderson ci descrive la vita disastrata del protagonista, il suo difficile rapporto con le persone e i primi approcci di Freddie alla “setta” di Dodd tutto procede a meraviglia, evolvendo e completando l’iter psicologico del personaggio; nel momento in cui Freddie comincia ad essere maggiormente devoto a La Causa il film sembra essere argomentativamente esaurito, malgrado ci siano ancora una quarantina di minuti di visione. Così “The Master” va lentamente spegnendosi, dando la sensazione di essere a un certo punto “brodo allungato” e ci si chiede se non fosse stato meglio tagliare qualche cosa dagli eccessivi 137 minuti di durata.

Come si diceva, a far la differenza in questo film sono anche – e soprattutto – gli attori, pezzi da 90 che negli anni hanno dato continuamente prova della loro bravura. Oltre a Phoenix e Hoffman è da segnalare anche la presenza della sempre brava Amy Adams, che interpreta Peggy, la severa moglie di Lancaster Dodd.

Tra molti alti e qualche basso, l’ultimo film di Paul Thomas Anderson, che si è guadagnato il premio per miglior regia e per migliore interpretazione maschile all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, alla fine convince abbastanza. Un film che ha anche il merito non da poco di raccontare una storia su fatti inediti e interessanti sui quali sarebbe stato molto facile prendere una posizione morale e invece Anderson è riuscito a distaccarsi completamente dall’argomento abbracciando solo la “causa” dei personaggi. Ulteriore conferma del talento di questo regista.

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