Archivio film Cinema News — 28 febbraio 2018

1966. Guerra del Vietnam. I soldati americani continuano a combattere contro un nemico dalle dimensioni spaventose, che non arretra di un passo, pronto sempre al contrattacco.
Una guerra che sin dal principio dava come perdente l’esercito statunitense, una guerra che ha causato milioni di morti, una guerra che ha portato ingenti danni a un colosso a livello economico come Gli Stati Uniti D’America, una guerra che di lì a poco avrebbe avuto la sua dolorosa conclusione.
1967. Creazione dei documenti top secret: I Pentagon Papers. Nell’anno che seguì, Robert McNamara fece compilare dozzine di pagine, i famosi Pentagon Papers, al solo scopo di riportare per filo e per segno tutti gli avvenimenti avvenuti durante la Guerra del Vietnam, dal 1945 al 1967.
A seguito di questa operazione partì una caccia spietata per accaparrarsi questi famigerati documenti, il primo che riuscì a mettere le mani su quei contenuti fu un certo Daniel Ellsberg, un militare diventato poi un dipendente di una società specializzata in analisi delle politiche pubbliche, la RAND Corporation, che aveva avuto durante la Guerra del Vietnam uno stretto rapporto con McNamara (segretario della difesa all’epoca dei fatti) e con il presidente degli Stati Uniti D’America in persona.
1971. Stacco. New York. Il New York Times (il giornale di punta di quei tempi) pubblicò per la prima volta una parte dei Pentagon Papers. La risposta del governo non si fece attendere, sancendo il divieto di pubblicare altre informazioni riportate in quei documenti.
Sempre nel 1971 (nella città di Washington D.C.) un altro giornale, decisamente di stampo più provinciale, decise di perseguire questa spinosa battaglia contro lo Stato, il quotidiano meglio conosciuto con il nome di Washington Post, gestito e capeggiato da due “personaggi” che avrebbero fatto la storia non solo del Washington Post stesso, ma anche della stampa americana in difesa dell’interesse del pubblico cittadino di conoscere la verità e della libera condivisione e diffusione delle notizie; ovvero il direttore Benjamin C. Bradlee (Tom Hanks) e l’editrice Katharine Graham (Meryl Streep).
The Post è la storia di uomini e donne che si sono ribellatate alle pressioni dei governi, uomini e donne che hanno difeso i propri diritti, talvolta con atti illegali secondo le leggi del tempo, uomini e donne intraprendenti /e che hanno cambiato una volta per tutte il processo d’informazione e di comunicazione, attraverso nuovi linguaggi, nuovi spazi mediali, nuovi strumenti di condivisione. È anche la storia legata a una donna imprenditrice di se stessa e capace di prendere le redini di un giornale come Il Washington Post, grazie anche al prezioso aiuto del direttore, un giornalista sempre a caccia di notizie e desideroso di portare a galla la verità. È la storia di due capitani coraggiosi che hanno reso l’America e la stampa americana finalmente libere dalle ingiuste oppressioni.
The Post rimarrà nella storia anche come il primo film composto da un trio tutto d’eccezione: Spielberg – Hanks – Streep, tre giganti del cinema che si sono messi a confronto, tre giganti che hanno esposto le proprie idee, tre giganti che hanno confezionato un film moderno ma dall’impianto tecnico-narrativo rigoroso come solo il cinema classico sapeva fare.
Un cinema che ricerca l’essenziale in ogni singola scena, un cinema che non fa sconti a nessuno, eliminando i buoni sentimenti (prendono piede unicamente nel pre-pre finale per pochi secondi, ma sono giustificati data la tensione che si respira) che un tempo avrebbero affossato la struttura generale dell’opera. È evidentemente un cinema attento a disegnare tutti i passaggi possibili, ma che richiede anche una grande attenzione per cogliere alla perfezione i percorsi alternativi, le sue strade secondarie e le sue diramazioni quasi necessarie.
Un cinema che trova la sua massima espressione nell’interessantissimo rapporto fra i due protagonisti, un direttore (Ben Bradlee) autoritario, scaltro, spietato e calcolatore, e un’editrice (Katharine Graham) titubante, timorosa, emotiva, ma che nel momento più importante della sua carriera lavorativa anche a rischio di compromettere la stessa, prende una decisione – forse avventata e pericolosa – ma determinante per le sorti del “suo” giornale. Il merito di questa perfetta dicotomia è da attribuire ai due attori Tom Hanks e Meryl Streep che hanno offerto delle prove attoriali degne dei cognomi che portano.
Del resto con due attori così in splendida forma tutto diviene più facile, ogni sforzo per costruire due personaggi che siano credibili – attraverso uno script più che convincente – è ripagato, e a Steven Spielberg non resta che stare ad ammirare loro corrispettive interpretazioni. Spielberg si fa portavoce dei giusti ideali senza dimenticare mai però le efferate atrocità commesse dalla sua beneamata nazione.
The Post è un film d’inchiesta, che documenta in maniera precisa e dettagliata un evento storico mettendo da parte le incongruenze del cinema odierno, per preferire una narrazione di stampo classico.
È un film sul mondo del giornalismo. È un film apolitico ma che nella politica trova la sua arma vincente. È cinema trionfale che rivendica un passato fatto di sguardi sopiti e talvolta attoniti dinanzi alla macchina da presa. È una grande ricostruzione dei tempi che furono e che mai torneranno indietro. È cinema che si prostra al cospetto della solenne immagine visiva e narrativa. È anche l’incipit di un gigantesco film intitolato “Tutti gli uomini del Presidente” (di Alan J. Pakula).


 

 

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