Cinema — 30 giugno 2015

L’interesse per The Salvation nasce dalla curiosità di comprendere come un regista danese possa interpretare il genere western. Non un danese qualunque, ma Kristian Levring noto ai più per essere cofondatore di Dogma ’95. Sì, proprio il movimento di Lars Von Trier, che si proponeva l’obiettivo, ambizioso, di “purificare” il cinema dalla “cancrena” degli effetti speciali e dagli investimenti miliardari: niente luci, nessuna scenografia, assenza di colonna sonora, rifiuto di ogni espediente al di fuori di quello della camera a mano.  A rivedere il suo ultimo lavoro, sembrerebbe che di quel voto di castità, che sanciva l’appartenenza al collettivo di cineasti, il nostro Levring si sia definitivamente spogliato.

Il film è un perfetto esercizio di stile, impeccabile per certi versi, nel seguire pedissequamente gli stereotipi del genere western ‘all’americana’ di impianto classico, John Ford e Akira Kurosawa su tutti, anche se, mancando l’aspetto strettamente epico il rimando è soprattutto al sottogenere spaghetti western e, quindi, al nostro amatissimo Sergio Leone.

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