Archivio film Cinema News — 24 dicembre 2013

Titolo: The seasoning house

Regia: Paul Hyett

Cast: Rosie Day, Sean Pertwee, Kevin Howarth, Jemma Powell, Anna Walton

Produzione: Sterling Pictures Production

Distribuzione: Kaleidoscope Film Distribution

Origine: Regno Unito 2012

Durata: 90 Minuti

In una casa sperduta, uomini senza scrupoli tengono prigioniere giovani donne che vengono seviziate e stuprate da sadici frequentatori. La giovane Angel dovrà scegliere se fuggire o vendicarsi
The Seasoning House (La casa dei profitti) è un Rape & Revenge moderno e impeccabile, totalmente estraneo ai remake odierni di I Spit on Your Grave oppure di The Last House on the Left, mantiene infatti la stessa irruenza de L’Ultima casa a sinistra di Wes Craven riportandola ai giorni nostri e rinnovandola. Non più stupri e omicidi confezionati da balordi come potevano essere perpetrati da personaggi sprovveduti interpretati magistralmente da David Hess e Giovanni Lombardo Radice ne La casa sperduta nel parco di Ruggero Deodato, ma una vera e propria fabbrica di morte che potrebbe ricordare, nella sua metodicità, le case della tortura in Hostel. Il concetto è analogo, se sei un sadico e vuoi sfogarti sessualmente fino all’omicidio, questo è il luogo giusto per te. Nella casa dei profitti tutto è concesso, la gente paga per stuprare e riempire di botte le donne fino a ucciderle. Però The Seasoning House non è solo questo, è molto di più.
E’ un Alice nel paese delle Meraviglie in chiave infernale, già prendendo in esame solo l’inizio: la protagonista esce da un condotto strettissimo, si vedono le sue braccia che prendono la grata e la spostano e la si osserva uscire da un altro mondo per precipitarsi all’inferno. Angel, non a caso il nome dell’eroina richiama per antitesi il regno del demonio, ha il compito di drogare le ragazze del mattatoio femminile e di prepararle papabili ai clienti. La ragazza vede ogni tipo di orrore e decide di vendicarsi. La catarsi in un certo senso potrebbe anche esserci ma lo spettatore per arrivarci vede delle scene così crude e realistiche che è come se ricevesse una scarica di pugni su tutto il corpo. Vessazioni, pestaggi, rotture di bacini, la violenza è palpabile non tanto per la sua esibizione forsennata come accade nei torture porn ma perché è sia visiva che psicologica: lo spettatore, come le vittime, è impotente.
Vediamo delle donne segregate che sanno di dover morire e implorano pietà inutilmente, e nonostante questo patiscono atroci sofferenze. Sotto certi aspetti ci potrebbe essere un unione in questo film di Rape & Revenge e il filone delle Women in Prison, ma qui tutta la carica ironica, pop, esibizionistica del filone anni ’70 è del tutto svuotata. Regna solo l’orrore e l’ineluttabilità della sofferenza. Lo spettatore già dalle prime sequenze sa di essere davanti a una pellicola che per certi versi ricorda il Salò di Pasolini, sai che chi è rinchiuso là dentro dovrà affrontare un destino terribile e non potrà farci niente, sa che vedrà nefandezze di ogni tipo, sa che la morte sarà l’unica via d’uscita. Film interessantissimo e per nulla superfluo, anzi da vedere assolutamente. Erroneo pensare che sia solo un horror, anzi porta un tema che era estraneo al Rape & Revenge: l’attualità della guerra. Se nel filone Women in Prison le vicende narrate si svolgevano nel periodo nazista, piuttosto che nella giungla o nel carcere, qui si svolgono nella contemporaneità della guerra, in quelle zone in cui la guerra c’è ancora ed è utilizzata come scusante per commettere ogni tipo di aberrazione.
Soldati senza scrupoli che per sollazzarsi stuprano le figlie delle loro vittime.
Film claustrofobico, angosciante ma fresco, pulito, non ripetitivo e molto originale.


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