Archivio film Cinema News Registi — 02 Aprile 2016

Il mistero senza tempo della nascita della vita sulla Terra e la storia di una famiglia americana negli anni Cinquanta; la deriva di un amore che nasce in Francia e si perde negli Usa, muovendosi ondivago come le maree di Mont Saint Michel; infine la crisi di uno sceneggiatore nell’effimera e luccicante Hollywood, labirinto ammaliante nel quale il “cavaliere” dei tarocchi ha smarrito definitivamente la strada e il senso delle cose. The Tree of Life, To The Wonder, Knight of Cups: che cos’hanno in comune questi eterogenei nuclei di riflessione, in che maniera si incrociano, si sovrappongono, si richiamano? La vistosa consonanza che presentano gli ultimi tre film del grande regista americano Terrence Malick è anzitutto stilistica ed estetica, e tuttavia non meramente epidermica. E’ da un territorio comune infatti che i tre film – non tutti ugualmente risolti, non tutti parimenti apprezzati dalla critica – si originano: da un medesimo sguardo non solo sul reale, ma sul cinema stesso. Perché la portata innovativa dell’approccio di Malick incide anzitutto sul linguaggio, mettendo a punto – ora con grazia, ora con fervore – una nuova grammatica, un nuovo modo – libero, poetico – di pensare le relazioni tra le immagini e di porle in atto. Per arrivare a un fluire continuo, magmatico, ininterrotto di ricordi e visioni sempre più soggettivo, apertamente arbitrario. Per affermare il cinema come possibilità altra di visione/comunicazione (altra rispetto al cinema narrativo tout-court avvertito ormai come limite, freno, prigione espressiva e creativa), per far coincidere, in ultimo, il movimento del cinema con il movimento del pensiero, impossibile da arginare, svincolato e autonomo, aereo e disciolto.

Con un progressivo assottigliamento e una graduale scarnificazione, il regista riduce sempre più – di film in film – personaggi e sentimenti a una nuda forma, a una sintesi essenziale; l’azione è ipotesi, il paesaggio è possibilità, i protagonisti sono segni, tracce, idee. I tasselli che compongono l’oggetto-film si fanno insomma potenzialmente intercambiabili, così come scomponibili – poiché frammentarie, lacunose, interrotte – sono le coordinate spazio-temporali. Questi processi, conseguenze di un modus operandi fortemente radicale, si percepiscono chiaramente già in The Tree of Life, rivelandosi però ben più marcati e determinanti nei due film successivi.
I personaggi del primo film (i coniugi O’Brien) trovavano infatti ancora sostanza e consistenza in una chiara dinamica oppositiva, in una dicotomia (natura e grazia, rabbia e amore, austerità e compassione) che già suggeriva la stilizzazione, ma ancora si nutriva di corporeità, di densità materica. Più sfumato ed etereo il discorso per i protagonisti del successivo film, To The Wonder: l’indagine sull’amore – del quale Malick mette a fuoco liricamente la fugacità, l’imponderabilità, in un certo senso l’inconoscibilità – si serve di loro come di assiomi all’interno di una dimostrazione. Neil e Marina sono dunque pure essenze irriducibili (maschile, femminile) colte nell’impossibilità del dialogo. Ma di loro lo spettatore non conosce più l’individualità, la singolarità: li accetta e li legge in quanto significanti, manifestazioni contingenti di un concetto che – come sempre avviene in Malick – si fa universale. Un passo successivo viene compiuto in Knight of Cups: il percorso intimo, tortuoso e aggrovigliato del protagonista Rick si compie all’insegna del solipsismo; gli amori, i luoghi, gli eventi non perdono consistenza e confini solo per lo spettatore, quanto per il personaggio stesso, che si muove alla deriva, alla ricerca di senso, in un panorama che sembra esso stesso incapace di produrre senso. Il travaglio interiore del protagonista è reso tutto attraverso una visione soggettiva, disorientante e stordita di un mondo vacuo, inebriato e inebriante, fatto soprattutto di (ammalianti) superfici senza profondità. E allora è come se la stessa dimensione descritta esigesse di per sé proprio quel linguaggio frammentario, smagliato e sognante che il regista predilige, generando così una simmetria, un accordo intimo tra forma e sostanza.

A ben guardare, sembra che il rapporto che lega le ultime tre opere di Malick sia dominato da una forte dipendenza delle ultime due rispetto a The Tree of Life, quasi che To The Wonder e Knight of Cups si fossero sviluppate a partire dalla prima tramite un processo di germinazione. A conferma di questo sta anche il fatto che la pregnanza del primo film non sembra trovare completa rispondenza nei due successivi, certamente fascinosi ma meno incisivi sotto diversi aspetti. Del resto, i lentissimi tempi di lavorazione e soprattutto le distanze tra la produzione di un film e il successivo, che hanno caratterizzato il percorso di Malick fin dall’esordio negli anni Settanta, recentemente sono venute meno, annullate sotto il peso di una peculiare spinta creativa che evidentemente non si era esaurita nel pur tuttavia traboccante e ricchissimo The Tree of Life.
Ecco allora che la significativa contiguità che lega i tre film qui menzionati ne costituisce a un tempo debolezza e la forza: perché la reiterazione di meccanismi espressivi già estremi (dilatazione temporale, messa in crisi dei meccanismi causa-effetto, decostruzione dell’azione e dei personaggi fin quasi al dissolvimento) viene spesso letta dalla critica più diffidente come l’evidenza di una stanchezza creativa, e non del tutto a torto; tuttavia, d’altro canto, la perseveranza ostinata di Malick nella radicalità del linguaggio e nella sua personale recherche visionaria ed esistenziale, fa innegabilmente della sua opera uno dei massimi punti d’arrivo nel panorama cinematografico contemporaneo.

 

 

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