Archivio film Cinema News — 28 luglio 2016

Titolo: The Zero Theorem

Genere: Fantascienza
Regia: Terry Gilliam
Sceneggiatura: Pat Rushin

Fotografia: Nicola Pecorini,
Cast: Christoph Waltz, Melanie Thierry, Matt Damon, Tilda Swinton, Ben Wishaw, Peter Stormare,
David Thewlis, Lucas Hedges.
Produzione: Nicolas Chartier, Dean Zanuck,
Nazionalità: USA/Gran Bretagna
Anno: 2013
Durata: 107 minuti

A circa tre anni dal suo passaggio nel concorso della 70a Mostra del Cinema di Venezia (dove è stato accolto tiepidamente), esce anche nelle sale italiane l’ultimo lavoro di Terry Gilliam “The Zero Theorem”, film fantascientifico che può ricordare le atmosfere e i toni del suo più illustre predecessore “Brazil”.

L’opera è ambientata in un non precisato futuro e vede come protagonista Qohen, un impiegato tanto efficace sul lavoro quanto solitario e sfuggente nella vita privata. Questo anche perché l’uomo non riesce a dare un valore alla propria esistenza e aspetta da anni una telefonata che glie lo indichi. Tutto ciò almeno fino a quando la sua azienda non gli consegnerà un compito molto arduo e importante: dimostrare il “teorema zero”, pensiero incentrato sulla fine inevitabile dell’universo e sull’assenza di uno scopo preciso nella vita. Un incarico che stresserà il protagonista, ma che gli farà al tempo stesso conoscere due persone che miglioreranno la sua quotidianità.

Raccontandoci tale vicenda, Gilliam ci descrive una società distopica assolutamente caotica e confusa, segnata da un’urbanistica composta da enormi schermi che trasmettono pubblicità e da telecamere sparse ovunque, una società che unisce dunque la logica del consumo tipica del capitalismo più sfrenato a quella del controllo diffuso propria di “1984”.

E anche se i toni sono grotteschi e a tratti satirici, sembra che il regista non intenda tanto e solo realizzare un’ironica e critica metafora sociale, quanto riflettere in maniera più intima e astratta sul significato dell’esistenza e sulla sua ricerca da parte dell’umanità; problematiche che il film affronta sviluppando nel corso della sua durata una dialettica filosofica tra il vuoto di senso e la ricerca di un significato esistenziale e forse metafisico. Un’opposizione, quest’ultima, che si evince nel rapporto conflittuale tra il mondo rumoroso e privo di senso profondo nel quale vive il protagonista e il protagonista stesso, che vuole invece trovare un significato alla propria vita. Una dialettica che emerge anche dalla situazione in cui si trova Qohen, il quale da un lato desidera fortemente individuare uno scopo, mentre dall’altro è costretto dai suoi dirigenti a condurre una ricerca in senso contrario.

E nel descrivere il mondo nel quale abita il personaggio principale, l’autore non può far altro che propendere dal punto di vista formale e linguistico per il caos e per l’eccesso, tanto che l’opera risulta assai carica di voci e rumori di sottofondo, scenografie stravaganti, colori vivaci e oggetti strambi.

Tutti elementi giustificati dagli intenti del film e che, in fondo, risultano tipici del cinema di Gilliam, che questa volta però sembra aver perso almeno in parte il controllo sulle sue numerose idee.

Infatti, da un lato i tanti guizzi dell’opera sono indubbiamente indice di creatività, ma dall’altro rischiano di risultare ridondanti e stordenti per lo spettatore. Colpa soprattutto di un ritmo narrativo troppo uniforme nella sua frenesia e nel suo vortice inarrestabile di stimoli visivi e sonori per essere davvero coinvolgente. Ed è proprio la mancanza di una più precisa cadenza narrativa che alterni sequenze importanti a momenti di pausa e passaggio a soffocare il pubblico, al quale la velocità continua del film non concede il tempo di coinvolgersi, pensare e riflettere.

Dunque, “The Zero Theorem” non è un lavoro del tutto disprezzabile, almeno nelle intenzioni e nel comunque innegabile estro creativo, ma che avrebbe avuto bisogno di un maggiore controllo ed equilibrio per potersi dire davvero riuscito.

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