Cinema News — 07 ottobre 2012

TITOLO: This must be the place
ANNO: 2011
DURATA: 118 minuti
GENERE: Drammatico, Commedia
REGIA: Paolo Sorrentino
CAST: Sean Penn, Frances McDormand, David Byrne

TRAMA: Cheyenne, rockstar in pensione, è costretto a lasciare la sua casa in Irlanda per tornare negli Stati Uniti a causa della morte del padre. Arrivato a New York scopre che il genitore ha passato buona parte della sua vita a dare la caccia al suo aguzzino di Auschwitz. Cheyenne decide così di portare a termine l’indagine, che lo condurrà in un viaggio dentro se stesso. 

RECENSIONE: Questa opera ultima di Sorrentino (che in quanto a stile narrativo nulla di nuovo produce rispetto a Il Divo e Le conseguenze dell’amore) è la dimostrazione di come l’ingerenza morale dell’Olocausto può solo peggiorare un film che, se pur non eccelle per originalità di trama, ci fornisce comunque qualche spunto su cui riflettere, al di fuori delle recinzioni di filo spinato. 

Certo è che, se invece di un padre Polacco ed ebreo e scampato all’orrore dei campi di concentramento, Cheyenne avesse avuto un padre Istriano e Cristiano e scampato all’orrore dei Gulag, il film non sarebbe piaciuto a quella intellighenzia che tanto ama ricamar centrini candidi per abbellire anonimi tavolini bianchi che tali rimangono.

Eppure nel tentativo stesso di minimizzare (azzarderei dire ridicolizzare) il motivo alla base dell’odisseica ricerca da parte del padre del suo aguzzino (per quello che all’inizio sembra una continua sevizia e che invece si scopre essere un semplice sberleffo pubblico) si può leggere una delle tante morali del film. Troppe forse. Così tante da distogliere l’attenzione dal sogetto principale, che rimane spesso una presenza fisica di cui sorridere senza voglia di approfondire.

Nella trama da manuale di psicanalisi, troviamo infatti: il conflitto con il padre, una pacificazione attraverso il riscatto del padre da uno stato di schiavitù più mentale che fisica, un fardello di cui il protagonista non riesce a liberarsi ed il cui peso è tollerabile grazie al carrello e al trolley che porta sempre con sè, la ribellione che da attiva come cantante rock diventa una statica maschera di cerone, e per finire la redenzione con se stesso per ritornare normale senza travestimenti a giocare il ruolo del figlio succedaneo di una madre che attende il proprio scomparso da anni. Troppo anche per una tragedia greca.

E se è vero che il troppo storpia, troppe sono anche le scene inutili che costringono lo spettatore a frequenti deviazioni, con il solo scopo di ammirare fugacemente un paesaggio per poi tornare sulla strada maestra. Ne è un esempio la scena del concerto di David Byrne, che serve solo a giustificare il titolo del film e nulla vi aggiunge ed anzi sottrae attenzione al protagonista.

Un viaggio dicevamo, specialmente quello Americano della seconda parte, che risulta lento, pasticciato, con soluzioni oniriche giustificate solamente da chi abbia già visto un film di Sorrentino, e che si conclude lì dove è iniziato, ma con una persona che fuori è rinnovata perchè lo è dentro altrettanto.

Questo film insomma è come una laconica zuppa sciapa a cui lo chef aggiunge profumate spezie esotiche che finiscono per mascherarne il sapore. Una laconocità che risulta più costruita ad arte che naturale. Un sapore asiatico che risulta più pretenzioso che artistico. Che a Sorrentino poco importi narrare rispetto al mostrare è ben noto a tutti, ma farlo con due grandi attori Americani non giustifica comunque i soldi spesi.

LA FRASE: Il vero problema è che passiamo senza neanche farci caso dall’età in cui si dice “un giorno farò così” all’età in cui si dice “è andata così”.

GIUDIZIO COMPLESSIVO: 6

Giovanni Stoto

 

http://www.youtube.com/watch?v=kJHjlgNh0K8

 

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