Archivio film Cinema News — 23 febbraio 2018

Titolo originale: Thor: Ragnarok

Regia: Taika Waititi

Sceneggiatura: Eric Pearson, Craig Kyle, Christopher Yost

Soggetto: Stan Lee, Larry Lieber, Jack Kirby

Cast: Chris Hemsworth (Thor), Tom Hiddleston (Loki), Cate Blanchett (Hela), Idris Elba (Heimdall), Jeff Goldblum (Gran Maestro), Tessa Thompson (Valchiria), Karl Urban (Skurge), Mark Ruffalo (Bruce Banner/Hulk), Anthony Hopkins (Odino), Benedict Cumberbatch (Stephen Strange)

Fotografia: Javier Aguirresarobe

Montaggio: Joel Negron, Zene Baker

Scenografia: Dan Hennah, Ra Vincent

Costumi: Mayes C. Rubeo

Musica: Mark Mothersbaugh

Effetti speciali: Jake Morrison

Produzione: Kevin Feige

Nazionalità: USA

Anno: 2017

Durata: 130’

Mentre la dea della morte Hela ha preso possesso di Asgard, Thor si trova confinato sul pianeta Sakaar. Rapito da una valchiria, costretto dal Gran Maestro a combattere come gladiatore contro l’amico Hulk, il dio del tuono, spogliato del suo potente martello, metterà assieme una squadra di revengers per tornare ad Asgard e annientarne la nuova regina.

Se nel 2013 avevamo lasciato Thor nel dark world, adesso ritroviamo il tonante eroe Marvel in un film decisamente pirotecnico, in cui colori, musiche e registri si mescolano con l’imprevedibilità, e allo stesso tempo la tecnica studiata, di un’esplosione che ci restituisce sullo schermo questo Thor Ragnarok a cui lo spettatore deve semplicemente lasciarsi andare, come su un giro di giostra.

Il film di Taika Waititi diventa, così, una navicella spaziale con attivazione multipla di pulsantoni: uno per i colori (sgargianti), uno per le musiche (elettroniche, rock e di colpo melodiche), uno per il registro comico, che il più delle volte pare incastrarsi, alzandone talmente i toni da sovrastare quello epico, come un grandangolo che ne deforma grottescamente i contorni, rendendolo spalla comica per un’armatura di tutti effetti speciali.

Ed è così che, per l’appunto, il “dio del tuono”, per bocca di quel Gran Maestro impersonato da un altrettanto colorato Jeff Goldblum, diventa lo “zio del tuono”, allo stesso modo in cui, in un percorso filmico a metà tra Flash Gordon e il viaggio attraverso lo Stargate, tra Planet Hulk e Spartacus, esplode la potente spinta propulsiva dello Zeppelin di Immigrant song ma solo fino a che non scatta di nuovo il pulsantone del cambio registro, che la vaporizza nella melodia di quella Pure imagination che nel 1971 “addolciva” la fabbrica di cioccolato di Mel Stuart per mezzo della voce di Gene Wilder.

La “fabbrica di supereroi” Marvel-Waititi confeziona, così, il terzo capitolo della trilogia iniziata nel 2011 da Kenneth Branagh, costruendo un universo in cui la squadra di revengers dovrà lottare prima per fuggire da Sakaar, un pianeta narcotizzato dagli scontri tra gladiatori organizzati da un goliardico Gran Maestro dotato di navicelle-orgia, poi per salvare Asgard dall’apocalisse che Hela, qui sorella di Thor e dea della Morte, sta per scatenare realizzando il cosiddetto Ragnarok. Un villain, quello interpretato da Cate Blanchett, che sembra rimanere, però, più confinato di coloro che lei stessa ha esiliato ai confini dell’universo.

Alla fine, però, i luoghi rivelano essere solo contorni, non entità sacre intinte di onor patrio da salvare a tutti i costi.

In un momento storico, il nostro, di non-luoghi e di non-confini, assumono forse più forza di quella verdeggiante profusa da Hulk, gladiatore prediletto del Gran Maestro e compagno adesso dotato di parola di Thor, le parole “Asgard non è un luogo ma un popolo”.

L’eroe, qui umanizzato, fallibile e ridicolizzabile, letteralmente sceso dal regno degli dèi, non deve più salvare un impero, uno stato, bensì la sua nazione, il popolo, che è tale in ogni dove, persino sulla Terra.

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