Archivio film Cinema News Serie TV — 30 Luglio 2019

E’ bene partire dal fondo di questa sterminata opera ultima di N.W.R., quando Diana riflette sulle condizioni del mondo attuale, in cui a breve regnerà solo il male, e questo sarà l’unica autentica virtù.

In questa breve riflessione si condensa una rassegnata apologia del male, unico punto di arrivo per una società votata alla violenza, impiegata anche per eliminare

il male stesso.

Too Old to Die Young è un testo palindromo leggibile da più versi e direzioni, un pampleth di sadiana memoria che mina dall’interno le leggi della serialità.

Oggi esiste una tendenza manichea nel separare la serie dal prodotto da sala, soprattutto basandosi sulla fluvialità dell’opera stessa e sulla sua conseguentefrantumazione episodica. Questa tendenza risulta spesso un metodo di valutazione categoriale un pò debole, dato che il prodotto audiovisivo vive un momentodi totale liquidità, passando senza soluzione di continuità dalla forma cinema alla forma televisiva e a quella  web.

E’ proprio sulla forma che Refn lavora, creando un trip di immagini e simboli in cui la diegesi e la struttura dei personaggi stessi cedono  all’inerzia, allo iato programmatico e alla letargia di azione e parola.

Troppo vecchio per morire giovane, già il titolo suona come una contraddizione in termini, un autoannullarsi dei due estremi d’età, nel cui mezzo campeggia lamorte, uno sterminio violento dove  pulsa la creazione stessa, come una Trimurti post-metropolitana per cui creazione, preservazione e distruzione sono al di sopra di qualsiasi valore etico-morale.

Se vogliamo, per forza dell’abitudine, dargli un genere di appartenenza è ovvio chiamare in causa il noir, suggeritoci dalle atmosfere metropolitane, dal buio delle sequenze notturne e dalla rapacità di una dark lady come Cristina Rodlo.

Ma è solo un’etichetta di comodo, com’è avvenuto per alcuni dei suoi lavori precedenti(Drive, Solo Dio perdona), Refn è maestro nel restituire l’illusione di un generein cui i topoi si sfaldano di continuo, creando un linguaggio rarefatto e simbolico nella parossistica mescolanza di modernità e tribalismi pagani.

L’autore pare svelarci un volto nascosto della società contemporanea, dietro le spinte moderniste e avanguardiste si annida un meccanismo arcaico e tribale, un doppioStato intriso di paganesimo e ritualità primitive. L’abuso di potere esercitato dalla polizia è intrinsecamente legato al giustizialismo escatologico della setta di Diana, come al cartello della droga a cui fa capo Jesus. Tutto però è mosso da Yaritza(versione femminile del Randall Flagg di L’ombra dello scorpione), sacerdotessa dellamorte, produttrice di visioni ultime in cui sesso, morte e disperazione sono una cosa sola.

L’opera si pone nella filmografia di N.W.R. come compendio dei suoi stilemi, coniugando l’astrattismo sperimentale di Neon Demon alla violenza fisica della trilogia danese Pusher. Uno squallido teatrino post-umano dove  tragedia, cronaca e parodia non sono più distinguibili e soprattutto dove non esiste più nessun tipo di sentimento e di emozione.

Di Neon Demon ritroviamo l’oggettivazione del corpo femminile adornato come una bambola, in cui la vita si spegne miseramente sotto una tempesta di neon. In questa messa in scena (di chiara ispirazione baviana) in cui i corpi vengono ridotti ad accessori decorativi(“non ti ucciderò servirai come esempio, sarai come un’insegna al neon!” dice Jesus), si staglia la figura di Martin, poliziotto solitario con inclinazioni alla pedofilia.

Martin è quasi una diversione dell’agente Cooper, destinato alla discesa negli abissi della corruzione umana, corruzione di cui fa parte anche lui, comegli ricorda il padre della sua baby fidanzata quando gli mostra le immagini degli abusi perpetrati dalla polizia.

Ti piace quello che vedi? dice il padre di Jena a Martin, ma al tempo stesso è come se lo chiedesse a noi spettatori. Una sorta di interpellazione extradiegetica ingrado di sottolineare il punto di non ritorno voyeuristico, di cui si è perso il gusto del piacere proibito e l’eccesso è diventato una condizione di normalità.

Too Old to Die Young possiede oggi la stessa forza destrutturante e visionaria che Twin Peaks ha avuto negli anni 90, con la differenza che Lynch partivadalla parodia di un modello (la soap opera), mentre Refn non si pone il problema di parodiare un genere ma di creare un vuoto post-apocalittico in cui il comico non è più distinguibile dal proprio modello di riferimento.

Incesto, pedofilia, parodia, sadismo, sesso, culto religioso, stupro, amore, tutto viene parificato, reso omogeneo ed esteticamente livellato dal demone neon.

L’orbita di un cinema travestito da serialità si aggira sul set che è un autentico punto zero, dilatando lo spazio-tempo e dilaniando una diegesi in cui tutto si distrugge e reifica e niente ha più senso nella sua frigida esposizione da arte obitoriale.

Fiction e non fiction si confondono i piani, la realtà viene travestita da simulacro artistico, la violenza e la morte procedono oltre lo spettacolo facendosi algoritmo. Too Old to Die Young è una residuale e disperata allegoria sociale,  in cui più violenza e più stupri equivalgono a più like sui social

voto: 10

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