Archivio film Cinema News — 06 Giugno 2022

Tom Cruise resta senza ombra di dubbio un attore emblematico del cinema reaganiano anni 80, icona erotico-politica attraverso la quale si è specchiata una generazione intera. Il suo corpo atletico e ribelle si è impresso nell’estetica di una stagione cinematografica irripetibile in cui si raggrumava il buco nero degli eighties, restituendo una superficie fatta di eroi muscolari, populisti e dispensatori di retorica.

La sua icona nasce con Risky Business (1983), acuta commedia capitalista in cui lo vediamo scatenarsi in una danza sovversiva con indosso una camicia, un paio di slip e dei calzini bianchi. Seguono Il ribelle (1983), Legend (1985) e poi è la volta di Top Gun (1986) in cui Cruise diventa il nuovo volto dell’America reaganiana.

Il film diretto da Tony Scott viene subito assurto a cult movie, il cui valore cultuale risiede in un abile amalgama di eroismo bellico, melodramma sentimentale e mascolinità erotica, trasformandolo ben presto in un prodotto di cultura di massa.

A distanza di 36 anni esce il suo sequel, non un’operazione semplicemente revivalistica ma la versione crepuscolare e struggente di una mitologia cinematografica ormai completamente decostruita.

Top Gun: Maverick pone al centro la maturazione e il nuovo ruolo sociale del capitano Pete “Maverick” Mitchell, non più giovane icona sexy ma uomo maturo incline agli affetti e ai sentimenti.

Nel Top Gun di Tony Scott l’armamentario della marina militare fatto di missili, velivoli, leve e bombe aveva una valenza fortemente erotica che andava a rappresentare una sorta di prolungamento della mascolinità libidica del giovane Cruise-Maverick, poi accentuata dalla geniale parodia demenziale Hot Shots! (1991) diretta da Jim Abrahams.

Kosinski invece riduce la mascolinità di Cruise-Maverick a un doppio sentimento fraterno-paterno che si manifesta in due delle sequenze più toccanti di tutto il film, l’ultimo dialogo con Ice malato (ancora più struggente dato che Kilmer nella realtà ha subito una tracheotomia!) e l’abbraccio finale con Rooster (figlio dell’amico scomparso Goose).

C’è un’inversione di marcia anche per quanto riguarda i personaggi femminili, la rapacità della bionda Charlotte Blackwood (Kelly Mcgillis) viene sostituita dal vigore materno di Penny (Jennifer Connelly) e nel nuovo plotone spicca una ragazza dal nome in codice Phoenix, la cui femminilità non è minimamente erotizzata ma al contrario mascolinizzata e fatta esplodere nella partita di football sulla spiaggia in cui si respira un’aria di virile cameratismo.

Top Gun: Maverick è la potente elegia di un mito e di un rito, quello del Cruise ribelle e quello di un super-cinema romantico-politico di cui resta solamente l’aura tramontante.

Un’opera-commiato attraversata da saturazioni cromatiche dove si stagliano i corpi-macchine di aerei in volo e quello della rombante moto su cui il capitano Cruise-Maverick riemerge dalle sabbie del tempo.

Top Gun: Maverick nasce dalla polvere di una memoria collettiva che si fa per l’ultima volta corpo ritualistico, creando una grande illusione di ritorno al passato.

Durante l’incontro sentimentale tra Maverick e Penny ci si aspetta l’esplosione sonora di Take My Breath Away, ma le note del famoso love theme restano solamente accennate in lontananza, come un ricordo appena sussurrato.

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