Archivio film Cinema News — 26 novembre 2012

Sgombriamo subito il campo:se qualcuno avesse voluto una conferma dell’impressionante talento registico di Leos Carax, a parte qualche caduta di tono (“Pola X”) qui avrà la prova, che è sbocciato un autore a tutto tondo, che nei prossimi anni rischia di sprovincializzare definitivamente il cinema francese.

Holy Motors” è oggettivamente uno dei film dell’anno e come tale viene strombazzato dai cinefili da alcuni mesi, soprattutto dopo i passaggi a Cannes e Locarno, quindi l’inaugurazione di Torino dovrebbe essere un battesimo di fuoco per quest’opera. Effettivamente dopo la visione, oltre al piacere di aver ritrovato un talento registico che pareva smarrito, il film è pure gigantesco per i continui ed ipertrofici cambi di registro, resi però da una messinscena sobria e al tempo stesso sensazionale. Trattasi di puro genio per l’abbattimento dei confini fra cinema e letteratura (v. la sequenza in cui il protagonista dopo aver staccato un dito a morsi all’assistente di un fotografo, sequestra la modella Eva Mendes portandola nelle fogne,proprio come faceva Quasimodo con Esmeralda ne Il gobbo di Notre Dame di Victor Hugo). “Holy Motors” riesce così a farsi ipertesto, in cui ogni vita diversa del protagonista, è un link che rimanda sempre a qualcos’altro ma anche sul piano teorico un documento sullo stato del cinema attuale fra commercio e autorialità, senza perdere di vista il coté geografico/culturale quello francese aqppunto.Quando la limousine condotta da Celine con a bordo Monsieur Oscar in versione manageriale comincia a vagare per le strade parigine per una giornata intera,imponendo così una precisa scansione temporale nel racconto filmico, lo spettatore è destinato a sorbirsi un film sulla finanza. Niente di più falso,perché Oscar è pirandellianamente uno nessuno e centomila: le riunioni annotate sulla sua agenda sono in verità delle mutazioni costanti, a cui sottoporre la psicologia e il fisico. Il senso teorico di Carax è davvero ammirevole. Sicchè via via questo borderline grazie ad un veloce trucco è malavitoso, mendicante, repellente giullare, suonatore di fisarmonica, anziano zio sul letto di morte, padre con figlia adolescente e tormentata, attore per motion capture (sequenza immaginifica, coreografica e plastica già entrata nella storia). Insomma Victor Hugo,il musical sentimentale alla Jacques Demy, il pulp, la tecnologia digitale, lo splatter e il naturalismo francese compongono un centone cinematografico ,che spiazza o entusiasma a seconda dei palati. Per dare un’idea “Holy Motors” ricorda il mood postmoderno e in anticipo sui tempi di certe opere di Carmelo Bene: dal melò all’horror, dall’umorismo sardonico al disgusto il passo dunque è breve. Il merito va anche ad un attore irregolare come Denis Lavant, interprete feticcio di Carax, vero performer multiforme su cui poggia l’intera operazione e curiosamente entrambi sono comparsi insieme in “Mister Lonely” dell’amico Harmony Korine. La fedele Celine si presta al gioco come un’ineffabile segretaria e all’interno della limousine, dove Oscar e l’abitacolo creano un’osmosi fra spazio e individuo, contigua a quella del cronenberghiano e coevo “Cosmopolis”, aiutando il suo pirandelliano padrone a creare continui simulacri di finzione scenica e cinematografica per cambiare/alterare il mondo. Una contaminazione in grado di mandare in cortocircuito non solo il decoupage classico del cinema ma anche quel punto, dove la vita e la finzione diventano insieme l’unica realtà possibile

Lucia Piecoro

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