Archivio film Cinema News — 01 dicembre 2013

Il primo Torinofilmfestival dell’era Paolo Virzì con la moglie Micaela Ramazzotti appresso ma appartata, programmato nelle sale del Massimo, Lux e Reposi, nonostante i tagli al budget e la mancanza del red carpet che sta soprattutto a cuore ai politici torinesi , presenta un bilancio più che positivo con oltre 100 mila spettatori e con un incasso complessivo di 254 mila euro contro i 189 mila del 2012.Virzi al momento in cui scriviamo, si prenderà una settimana sabbatica per decidere se riprendere la carica nel 2014.
Numeri a parte, il tema dominante di questa edizione è stato quello della cospirazione paranoica che affligge da sempre gli States e i film sparsi nelle varie sezioni come il canadese “The Conspiracy” di Christopher Mc Bride nella sezione After Hours e classiconi tipo “The Parallax View” (tit.it. “Perché un assassinio?”, 1974) di Alan J.Pakula e “Medium Cool” (1969) di Haskell Wexler, presenti entrambi nella retrospettiva New Hollywood a cura della vice-direttrice Emanuela Martini, hanno messo il dito nella piaga di un Nord-America intento a creare mostri mediatici anche quando non esistono.
Sezione After Hour
Per chi scrive la più riuscita del festival, che dimostra come anche i generi cinematografici possono essere terreni fecondi di sperimentazione e ricerca linguistica. Oltre al suddetto “The Conspiracy”, mockumentary un po’ confuso in verità nello sviluppo narrativo di tesi complottiste, abbiamo apprezzato il western “Sweetwater” di Logan Miller con Ed Harris, Jason Isaacs, January Jones ed Eduardo Noriega con una vendicatrice che in un’atmosfera rarefatta e mai pulp combatte un sicario predicatore e ad un crudele possidente terriero. Notevole anche lo spagnolo“Canìbal” di Manuel Martin Cuenca con l’ennesimo assassino seriale di donne che commette l’errore di invaghirsi di una potenziale vittima e tenta di farsi punire da lei. Un film che rifugge dal grand-guignol tipico delle ultime produzioni horror, per tentare uno scavo psicologico nelle dinamiche interpersonali fra morale e colpa.
“Wrong Cops” di Quentin Dupieux, musicista dance conosciuto come Mr.Oizo, riconferma il surrealismo e l’umorismo nero dell’autore di “Rubber”: poliziotti sciroccati, erotomani e ossessionati dalla techno con le apparizioni speciali di Ray Wise e Marilyn Manson, struccato. Più autobiografico e letterario visto che racconta la giovinezza del suo regista è “La danza de la realidad” di una figura ieratica e cultuale come Alejandro Jodorowsky. Con questo lungometraggio Jodorowsky adatta per lo schermo il suo romanzo autobiografico, sfoggiando visionarietà (i gabbiani che si accaniscono sulla distesa di pesci lasciata da un’onda anomala sulla spiaggia), freaks reali, echi felliniani, psicomagia, horror fulciano e blasfemo (uno zombie ricoperto di vermi e lumache pronuncia “Dio è morto”) e melodramma politico (il Cile di Ibanez) in un’operazione intelligentemente destabilizzante. Fiammeggiante dunque e siamo dalle parti del capolavoro. Sempre ieratica è un’altra pellicola dei Settanta dal plot storiografico ed etnologico come “L’etrusco uccide ancora” di Armando Crispino, giallo distante anni luce dai modelli argentiani, proiettato al Massimo 3 dopo la presentazione di un libro dedicato al regista da Claudio Bartolini.
Festa mobile
In questa sezione figura il capolavoro assoluto del festival, che già infiammò i cinefili a Cannes 2013 ossia “Only Lovers Left Alive” di Jim Jarmusch. Un’opera magnifica che salda il conto al vampirismo dilagante nei media convocando in un magnifico apologo postmoderno Cocteau, la new wave stile Bauhaus sia nelle scenografie che nel soundtrack, Topor (v.il disegno “I masochisti”), il rapporto paranoico fra musicista rock e musa (l’endiade Tom Hiddleston/Tilda Swinton veri dark angels in una prova recitativa sovrumana), erotismo stilizzato, lunghe panoramiche circolari e bevute di sangue come se fosse Chianti (v.il fine palato di John Hurt). Chissà se David Bowie lo ha visto, anche perché la straziante storia d’amore fra i due protagonisti ci ricorda quella fra Bowie e la sua compagna Angie.Interessante ma sottovalutato dai critici anche “Prince Avalanche”di David Gordon Green, già autore dell’acclamato “Joe” a Venezia 2013, una commedia agrodolce remake di “A Annan Veg”, che vinse il TFF nel 2011 con i lattonieri Paul Rudd ed Emile Hirsch impegnati in battibecchi e riconciliazioni.Più scontato invece l’esito di “Grand Piano” di Eugenio Mira che chiude questa eccezionale edizione del festival subalpino ma purtroppo è una nota stonata nell’insieme anzi una stecca, visto che nel film Elijah Wood è un pianista minacciato da uno psicopatico (John Cusack) durante un’esibizione in un teatro. Un thriller che è troppo compiaciuto nei suoi meccanismi hitchcockiani da unità di luogo aristotelica e musica diegetica, senza far scattare l’empatia nello spettatore nel rapporto carnefice/vittima. Altro film dimenticabile è “Frances Ha” di Noah Baumbach decisamente un passo indietro per il suo regista rispetto al precedente “Greenberg” con Ben Stiller; è un film indie dozzinale come tanti, la protagonista Greta Gerwig pare che sia diventata un’attrice cult, l’altra faccia del sogno americano è ridotto a macchietta, perciò consiglio i fans di questo filmetto di andarsi a leggere i racconti di Andrè Dubus come “Ballando a notte fonda” dove la protagonista Emily si macera al pensiero che non ama nessuno e nessuno la amerà mai.
Torino 31
Anche se la vittoria è andata alla commedia messicana “Club Sandwich”di Fernando Eimbcke, la sezione del concorso ha brillato a nostro avviso per tre film: “Red Family” di Ju-Hyoung Lee, “Blue Ruin” di Jeremy Saulnier e “Pelo Malo” di Mariana Rondòn.
Il sudcoreano “Red Family”, prodotto e sceneggiato da Kim Ki-duk è una metafora sui rapporti fra le due Coree e una spietata violazione dei rapporti interpersonali rovinati dalla politica, mentre l’americano “Blue Ruin” è la storia di un borderline che punisce l’uomo, che ne ha determinato la disfatta personale, lo sguardo di Saulnier non è però tanto di genere quanto teso al dopo, evitando il facile effetto catarsi. Il venezuelano “Pelo Malo” (premio come miglior attrice alla protagonista Samantha Castillo) è un’allegoria sull’infanzia di Junior, fissato con la propria chioma e con sogni di diventare divo pop, fra affetti controversi e spleen esistenziale
Elliott Gould
Al di là delle presenze di Micaela Ramazzotti, Sandra Milo (per il restauro del felliniano “8 e mezzo”), Franco Battiato la vera star festivaliera è stata Elliott Gould (foto). Icona della New Hollywood, attore feticcio di Robert Altman, ex-marito di Barbra Streisand e rilanciato da Steven Soderbergh nella trilogia “Ocean’s Eleven” con l’umiltà dei veri grandi ha ribadito il suo spirito dolente, loser, malinconico, ironico e cinico, spendendo in più belle e affettuose parole in conferenza stampa per la collega/amica Monica Vitti, che lo ha diretto nel dimenticato “Scandalo segreto” (1990).
Film in distribuzione
Usciranno in sala a febbraio alcuni titoli mainstream su cui torneremo più approfonditamente: l’inaugurale “Last Vegas” di Jon Turteltaub con il quartetto di prima classe Michael Douglas, Robert De Niro, Morgan Freeman e Kevin Kline, “All is Lost” di JC Chandor con l’indomabile 77 enne Robert Redford in balia dell’oceano, “Inside Llewyn Davis” di Joel ed Ethan Coen, storia di un folk singer secondo l’umorismo yddish tipico dei geniali fratellini.

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