Archivio film Cinema News — 17 Dicembre 2014

Titolo: Jack Strong
Regia: Wladyslaw Pasikowski
Soggetto: Wladyslaw Pasikowski
Sceneggiatura: Wladyslaw Pasikowski
Cast: Marcin Dorocinski, Maja Ostaszewska, Patrick Wilson, Dimitri Bilov, Dagmara Dominczyk
Fotografia: Magdalena Górka
Montaggio: Jaroslaw Kaminski
Produzione: Scorpio Studio
Nazionalità: Polonia
Anno: 2014
Durata: 128 minuti

 

Polonia, guerra fredda: per Ryszard Kuklinski, colonnello dell’esercito, l’influenza dell’Unione Sovietica non potrebbe essere più soffocante – colpevole di offuscare l’identità del suo popolo – e pericolosa – perché se mai ci fosse una terza guerra mondiale (e nucleare), secondo lui la responsabilità sarebbe interamente dei russi a causa del loro atteggiamento intimidatorio nei confronti degli Stati Uniti. Non gli sono d’aiuto, a tale presa di coscienza, la sanguinosa reazione delle forze armate contro una manifestazione di dissidenti e il triste epilogo della Primavera di Praga. Non rimane che aiutare gli americani trafugando informazioni riservate: Kuklinski diventa così una spia, rischiando molto e soffrendo anche tanto, con consegueuenze irreparabili per la sua famiglia.

Cosa c’è di buono in Jack Strong (nome in codice del colonnello, realmente esisitito, affibbiatogli dalla Cia), grande successo di pubblico in patria e presentato quest’anno all’appena concluso Torino Film Festival? Le premesse narrative, necessarie per comprendere a fondo la decisione del protagonista, sono presentate con coerenza e maestria, affidandosi ai dialoghi rivelatori tra Kuklinski, sua moglie (una misurata quanto incisiva Maja Ostaszewska) e un collega che non ha esitato a sparare sugli operai in rivolta. Poi c’è la recitazione di Marcin Dorocinski, scrupolosa e attenta, con la quale l’attore può permettersi di restare in scena quasi dall’inizio alla fine del film. Infine, la fotografia di Magdalena Górka e la regia di Wladyslaw Pasikowski, entrambi molto hollywoodiani per ritmi e stile, che conferiscono alla pellicola un piacevole respiro internazionale; sarebbe un peccato se non venisse distribuito in Italia. Tuttavia, il grande difetto è quello di rendere molto poco, dal punto di vista filmico, la spirale di tensione e terrore che avvolge il colonnello Kuklinski. Si passa con troppa disinvoltura da un imperturbabile uomo dell’esercito che si destreggia abilmente tra spionaggio e controspionaggio, a un epilogo in cui quasi improvvisamente tutti i nodi vengono al pettine, marcando con flebile autorialità un involuzione che, se mostrata nella sua tragicità, avrebbe elevato i toni del racconto e della messa in scena, almeno nella seconda parte.

Per un’interessante variazione sul tema della spy-story, cos’altro poteva raccontare il regista polacco, anche autore della sceneggiatura, se non il calvario di un ufficiale insospettabile che sembra tradire la patria ma che in realtà non fa che affermarne disperatamente i principi e gli ideali di sovranità e indipendenza? Se è vero che possiamo rintracciare tutto questo negli intenti (e nella prima parte), è altrettanto vero che non possiamo sorvolare sulla fin troppo cauta resa finale. Resta pertanto un’opera ambiziosa, forse troppo ingenuamente filo-americana, ma comunque capace di sensibilizzare lo spettatore sulla sottomissione e sulla rivincita di un uomo, emblema di una nazione, al totalizzante potere sovietico degli anni che furono.

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