Archivio film Cinema Eventi News — 27 novembre 2015

Regia: Elisabetta Sgarbi
Sceneggiatura: Eugenio Lio, Elisabetta Sgarbi
Fotografia: Andrés Arce Maldonado, Elio Bisignani
Montaggio: Andrés Arce Maldonado, Elisabetta Sgarbi
Scenografia: Luca Volpatti
Musica: Franco Battiato
Interpreti: Ana Turbatu, Elena Goran, Micaela Istrate, Marianna Satmari, Giovanni Satmari, Alin Satmari, associazione badanti Nadija, Gabriele Levada, Giorgio Moretti
Produzione: Betty Wrong, Rai cinema

“Gli italiani ci chiedono: perché siete venuti in Italia? Colpa di comunismo!” Di questo sono sicuri i due rumeni, con sigaretta in bocca e sguardo incollato alla televisione sul divano leopardato della loro casa nella campagna ferrarese. Apre la sesta giornata della 33a edizione del Torino Film Festival, Colpa di Comunismo, il terzo lungometraggio di Elisabetta Sgarbi che, tra documentario e finzione, ci mostra i riflessi dell’Italia della crisi nella morsa della disoccupazione e della stanchezza da un punto di vista marginale, estraneo, e tanto più vero. Perché è proprio in quelle vite marginali che spesso “si nascondono libertà impensate”, afferma la regista. Dopo 25 anni la direttrice di Bompiani che lascia la casa editrice per lanciare un nuovo progetto editoriale “La nave di Teseo” insegna che c’è sempre una nuova sfida da vincere per chi non vuole cedere alla rassegnazione e trova in ogni giorno un tramonto da conquistare.
Dall’aria desolata e la speranza nel cuore, tre donne rumene nei ruoli di loro stesse raccontano di come sono arrivate in Italia e di quanto è difficile trovare lavoro con la prospettiva di tornare a casa se la ricerca dovesse fallire. La Romania risuona come una minaccia, il passato da lasciarsi alle spalle, eppure l’Itaca sempre desiderata.
Ana, Elena e Micaela lavorano da anni in Italia come badanti, ma quando le prime due perdono il lavoro le tre donne iniziano un viaggio nella fitta rete di comunità rumene alla ricerca di occupazione tra le Marche e il Polesine. Micaela, la più giovane e scaltra guida le altre due attraverso il labirinto di scambi di favori, richieste di aiuto e false speranze. Tra l’umiltà del chiedere e la necessità del bisogno, le tre donne trovano il coraggio di andare avanti. Indietro hanno solo il loro Paese distrutto dal comunismo e le loro famiglie da mantenere. In bilico tra amore e rigetto per una patria, una tradizione, un’ideologia politica che le ha allevate e il cui crollo le ha costrette alla fuga. Krushev è ormai solo un nome che risuona sui canali rumeni delle televisione sempre accesa, i canti tradizionali un’eco che giunge dalle loro case quasi a voler ricordare loro la ragione del ritrovarsi tra agricoltori emiliani e cooperative di Fabriano con qualche contatto in mano e pochi soldi in tasca.
Eppure tra nostalgia di casa e speranza nel futuro, Ana, Elena e Micaela riescono a trovare il sorriso in un passo di danza e la forza nella necessaria complicità. Chiacchiere da donne prima di addormentarsi e risate dal profumo di bucato faranno ritrovare loro una insperata libertà. Le tre donne riscoprono così, nella ricerca del lavoro un’occasione per rompere le regole della loro vita quotidiana. E anche un viaggio in treno diventa un’esperienza eccitante, il biglietto ferroviario da 40 euro un premio per una vita a loro non concessa.
Inquadrature fisse e primi piani parlano più dell’italiano sgrammaticato e dal suono straniero. La regista osserva le loro vite districarsi senza irrompere mai in scena, le lascia raccontare la loro storia senza edulcorazioni né abbellimenti. Le telecamere si fermano insistentemente sui particolari del loro viso, quasi a voler penetrare la loro desolazione.
La terra brulla, i paesaggi campestri, le squallide periferie è tutto ciò che resta quando le giornate si accorciano e la gioventù sfiorisce. Il freddo e l’autunno invadono la fotografia di Elio Bisignani e Andrés Arce Maldonado. Quando le ore si svuotano e casa sembra così lontana, la preghiera rimane l’unica consolazione di quelle vite in attesa.

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