Archivio film Cinema News — 29 novembre 2015

Regia: Henri Steinmetz
Sceneggiatura: Alan Smithee
Fotografia: Bernhard Keller
Montaggio: Lorna Hoefler Steffen
scenografia: Beatrice Schultz
costumi: Andy Besuch
suono: Gregor Bonse, Marc Meusinger
Cast: Franz Rogowski (Tubbie), Maresi Riegner (Marie), Jonas Dassler (Tim), Emanuel Schiller (Jojo), Jordan Elliot Dwyer (Birdie), Denis Moschitto (Hüseyin), Angela Winkler (Ärztin)
Nazione: Germania
Durata: 88′

Respiri affannati di corpi trafelati vagano per la città senza ambizioni e senza meta. Andare è l’unica ragione di chi vive i moti dell’anima e i capricci del cuore. Senza tempo e senza logica alcuna. Andare insieme è ciò che conta perché il viaggio si compia, il quadro si componga. Davanti alle telecamere di Henri Steinmetz, le linee sembrano casualmente prendere forma su una pellicola che si srotola dinnanzi allo spettatore, e poi lì in silenzio si lascia contemplare, come una natura morta in cui cercare il senso. Uns geht es gut/ We Are Fine è l’opera prima del regista tedesco che apre l’ultima giornata del Torino Film Festival nella sezione After Hours. Lasciando gli spettatori storditi dalle vertigini del surreale. Un esordio al lungometraggio provocatorio e raffinato ma che non lascia speranze alle generazioni future.
La vita di Tubbie, Marie, Jojo, Tim e Birdie è legata da vagabondaggi, scontri, disillusioni e bravate di adolescenti, che in una lunga giornata estiva si aggirano per una città anonima senza identità e senza tempo. Nel caldo soffocante di una città che non si cura di loro i cinque ragazzi vivono momenti di inattesa beatitudine. Ma ben presto questo gioco a nascondino con la realtà, questa fuga dal mondo mostrerà le sue conseguenze e le prime crepe inizieranno a minare l’unità del clan. Sette capitoli dai titoli esatti solo all’apparenza, danno il ritmo a una storia barocca, astratta, dichiaratamente ispirata ad Arancia meccanica di Stanley Kubrick. Sette storie in una storia che insegue il centro senza mai raggiungerlo.
Vivono come una famiglia e della famiglia hanno le stesse regole da rispettare per poter vivere bene insieme. Strambe ma pur sempre regole, che si ispirano ai valori del rispetto, dell’amicizia, della solidarietà e dell’amore. Spesso però, la regola è svuotata di senso, rovesciata di significato. I cinque adolescenti vivono in un mondo simmetrico rispetto a quello degli adulti, che a quel mondo tradizionale si ispira ma poi volutamente lo contraddice, lo deride, lo sfida. Proprio come fanno gli adolescenti. Ordinano champagne ma poi lasciano una mancia al cameriere e si alzano da tavola senza berlo, vivono in belle case dagli stucchi dorati e divani in velluto ma poi si costruiscono il loro regno in un nascondiglio che ha per porta d’ingresso un tubo di plastica. Marie sogna di diventare madre, avere una famiglia e un uomo per sempre accanto a lei. Un’idea di felicità tradizionale, in fondo, che contrasta con la loro vita da cani randagi tra boschi, spiagge, periferie abbandonate e scantinati polverosi.
Il mondo dei cinque ragazzi assomiglia a un eden di piaceri e stravaganti desideri che loro cercano di prolungare il più possibile prima di tornare al mondo reale. I loro corpi si sfiorano, si toccano, i loro respiri si mescolano, i loro sguardi, traboccanti di libidine, si nutrono l’uno dell’altro. Uniti da un’intima fisicità, i cinque adolescenti si lasciano travolgere dalle passioni più pure a cui danno espressione senza filtro alcuno. La ricerca dell’eccesso, la voglia di superare il limite per creare un mondo nuovo basato sull’assenza di qualsiasi ordine, se non il volere del capo clan, non può che portare alla disintegrazione della originaria unità. La violenza rimane l’unico linguaggio di un vuoto espressivo, morale e sociale.
“Il film non spiega perché esista un gruppo come quello di cui fanno parte i cinque personaggi principali- spiega il regista- Mi sembrava più interessante studiare e osservare ciò che succede proprio a causa della sua esistenza. Che effetti ha l’appartenenza a questa vera e propria costellazione, sia per il gruppo nella sua totalità sia per il singolo? A quali cambiamenti vanno incontro i suoi membri? Come si comportano l’uno con l’altro, fino dove riescono a spingersi e in quale momento l’unione si sfalderà?”
Il mondo senza tempo dei ragazzi impone a Steinmetz la stessa lentezza di narrazione. Lunghe sequenze dai ritmi dilatati mostrano la maestria artistica del regista che sembra voler sfoggiare inquadrature ricercate e la raffinatezza dello stile a discapito della chiarezza narrativa. Bere un bicchiere d’acqua può diventare uno sforzo estenuante, quasi irreale come l’infrangersi del bicchiere di vetro che paralizza le persone circostanti. Steinmetz deforma il reale fino ai limiti del perturbante.
La ricerca pretenziosa di un’impronta autoriale è compensata, tuttavia, dalla bellezza della fotografia di Bernhard Keller. La danza dei cinque ragazzi sotto la pioggia di foglie di tiglio e il balletto in piscina su un’aria lirica assicurano un’impagabile gioia estetica. Visioni di estrema intensità si affastellano le une sulle altre, come casuali tessere di un mosaico che infine prende forma. Ma lo spettatore rimane solo a vagare nella nebbia impenetrabile.

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.