Archivio film Cinema Eventi News — 24 dicembre 2017

Le immagini del 35° TFF devono scolpirsi nello sguardo dello spettatore: le icone sono il termine di riferimento del cinema. Nell’icona segni e simboli devono suscitare bellezza nell’occhio di chi guarda e stimolare la contemplazione. Ecco perché questa estetica induce al rapimento estatico. Il cinema che vediamo al Torinofilmfestival, gode di uno statuto particolare. È un cinema differente, fatto da registi alla prima e/o seconda opera, spesso per palati esiegenti indubbiamente, ma insieme è un cinema che fa emergere alcuni dei nodi più rilevanti del cinema in quanto tale. Innanzitutto un meccanismo di esibizione radicale sembra ispirare i film scelti da Emanuela Martini, in attesa di riconferma come  direttrice della kermesse dopo la scadenza del mandato e del suo staff. È un’esibizione molteplice e stratificata, che investe più livelli e più orizzonti. Lo sguardo meccanico dei cineasti della vetrina torinese scopre di volta in volta una galleria variegata di pratiche, ed è insieme registrata e mostrata come tale, attraverso procedimenti di messa in scena ora complessi, ora ridotti ad una sorta di intenzionale minimalismo tecnico-linguistico. Non siamo in presenza di rivoluzionarie teorie sul montaggio, anche se il clou della creazione di un programma come questo è la ricerca espressiva. I registi in questione attivano e mostrano una serie di procedure differenti ,che riguardano il lavoro stesso di messa in scena e le componenti molteplici della macchina realizzativa del cinema. Ciò avviene soprattutto nella sezione Festa Mobile, dove il rifiuto dei modelli standard del cinema classico – fanno di queste messe in scena una riflessione in re sullo statuto del cinema ed una esibizione delle modalità strutturali della messa in scena stessa. Un cinema che interroga le coscienze a partire dal titolo d’apertura il coreano A Taxi Driver di Jang Hoon , virando verso intermezzi allegorici e metaforici, chiamando in causa eccessi e perdenti e oscillando nei personaggi fra essenza e vocazione, soprattutto nella sezione del concorso come nei drammi scolastici di Arpòn di Tom Espinoza, del premiato Don’t Forget me di Ram Nehari, nel J -Horror di Bamy di Jun Tanaka, dei rapporti familiari di Barrage di Laura Schroeder con la coppia Isabelle Huppert e Lolita Chammah, madre e figlia pure nella vita, in Daphne di  Peter Mackie Burns e nella satira del totalitarismo di The Death of Stalin di Armando Iannucci. Tutti registi che scelgono indubbiamente un cinema di ricerca non familiarissimo proprio come il maestro Brian De Palma, qui omaggiato con una retrospettiva completa, che come è noto ha sguazzato spesso nei generi, pur non lesinando i suoi virtuosismi avanguardistici. Repetita iuvant, il festival è permeato di musicalità. Da My Life Story di Julien Temple, monologo del cantante/performer Suggs sui suoi Madness con annessa scena ska londinese a Grace Jones: Bloodlight and Bami di Sophie Fiennes, sull’icona dance giamaicana fra tour e vezzi artistici, per approdare infine a Faithfully di Sandrine Bonnaire, in cui Marianne Faithfull diviene la museificazione vivente dei Sessanta E  nel vivace amour fou per il cinema dello staff c’è spazio per le tematiche attuali come la clonazione di What Happened to Monday?Seven Sisters di Tommy Wirkola fondato sulla molteplicità identitaria di Noomi Rapace , l’immigrazione dai toni torture porn di Most Beautiful Island di Ana Asensio, già recensito sulla nostra webzine da Federica Erra, il capovolgimento delle gerarchie sessiste di Revenge di Coralie Fargeat, con una protagonista mattatrice quale è Mathilda Lutz, il cinema come artigianato e improvvisazione nella lavorazione avventurosa di The Room di Tommy Wiseau in The Disaster Artist di e con il sempre sorprendente James Franco. Tutti film che rappresentano una sorta di notebook sull’aspetto esistenziale più che sull’azione pura per il cinema futuro, anche se non mancano lungometraggi più adrenalinici come Smetto quando voglio – Ad honorem, con cui Sidney Sibilia sembra scrivere la parola fine ad una trilogia, che nel cinema italiano dell’ultimo decennio ha ridisegnato le ccordinate della polifonia comica con dialoghi sopraffini nel contesto dell’heist movie.

Ad infiammare la platea cinefila ci ha pensato anche il trio Claire Denis/ Juliette Binoche/Gérard Depardieu di Un beau soleil intérieur, adattamento cinematografico da “ I frammenti del discorso amoroso barthesiani  , dove il rappresentabile dell’eros cercato da Juliette Binoche, è un eccesso di mascheratura, un surplus di esibizionismo, un grumo sadomasochistico sottoposto ad una delectatio morosa.

È un intreccio perverso del desiderio, un gioco con un regime depurato del desiderio in cui la trasgressione dell’adulterio e l’incomunicabilità fra sessi si intrecciano. Tutto il gioco tra la finzione e l’impressione di verità, la performance e la messa in scena, crea una tensione che si colloca fuori dei confini della rappresentazione per investire la natura stessa del rapporto tra cinema e simulacro, tra messa in scena e simulazione. Cosi questi film sono tecnolinguistica del cinema e il lavoro della messa in scena, tramite una sintesi in cui la struttura del soggetto desiderante e la struttura della regia cinematografica sono insieme guardate e mostrate.E la regista Denis si rivela come soggetto doppiamente fantasioso alla pari dello spettatore.

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.