News — 14 Dicembre 2018

Regia: Jia Zhangke
Genere: Drammatico
Sceneggiatura: Jia Zhangke
Fotografia: Eric Gautier
Cast: Zhao Tao, Liao Fan, Xu Zheng, Liang Casper, Feng Xiaogang, Diao Yinan, Zhang Yibai, Ding Jiali.
Produzione Ichiyama Shozo, Zhang Dong, Xiang Shaokun, Juliette Schrameck.
Nazionalità: Cina, Francia
Anno: 2018
Durata: 141 minuti

In questi anni, Jia Zhangke ha dimostrato di essere un regista capace come pochi altri di ritrarre le evoluzioni culturali e socioeconomiche del proprio Paese (in tal caso la Cina) unendo stratificazione tematica, solidità linguistica e coinvolgimento emotivo. Una qualità confermata anche in “Ash is the Purest White”, titolo presentato in concorso al 71° Festival di Cannes e riproposto al 36° Torino Film Festival, dove l’autore asiatico è stato presidente della giuria.

L’opera si svolge tra il 2001 e il 2018 e racconta la storia di Qiao, compagna di un gangster locale che una sera, per salvare l’amato da uno scontro con una banda rivale, spara in aria facendosi però arrestare e condannare a cinque anni di detenzione. Quando uscirà dal carcere, la protagonista dovrà attraversare la Cina per cercare l’uomo, che nel frattempo è scomparso senza aver più dato notizie di sé.

Una vicenda, quella appena descritta, che il cineasta mandarino narra con uno stile molto coerente con la sua poetica, in particolare con quella dei precedenti “Il tocco del peccato” e “Al di là delle montagne”, dei quali “Ash is the Purest White” sembra essere l’ideale anello di congiunzione. Infatti, se del primo, il film riprende soprattutto il tema della violenza e il legame con il cinema di genere (l’opera inizia come una sorta di gangster-movie), del secondo ritrova l’ampio respiro narrativo e quell’attenzione tipica del mélo verso i sentimenti passionali dei personaggi, qui resi molto bene da tutti i membri del cast, a partire da Zhao Tao, la quale riesce a trasmettere anche con un solo sguardo le diverse sfaccettature emotive di Qiao, confermandosi così una delle migliori attrici del cinema contemporaneo.

Ma con Al di là delle montagne il film in questione ha in comune anche una narrazione che procede per elissi e che divide il racconto in tre parti distinte e definite (anche se qui la separazione è meno netta rispetto a quella operata dal titolo precedente), funzionali a sottolineare con maggior forza i cambiamenti culturali e sociali della Cina contemporanea, che passa dall’illusoria euforia capitalista dei primi anni del XXI secolo all’atmosfera decadente e malinconica di oggi. Questo per evidenziare quanto la sfrenata rincorsa al denaro e al capitale – spesso unita a corruzione e criminalità – rischi di rovinare chiunque ne sia coinvolto.

Elementi tematici che Jia Zhangke affronta anche tramite lo stile filmico adottato, sempre molto suggestivo e ricercato, a cominciare dal “gioco” con i formati (1,33:1 per il passato, 1,85:1 per il presente), utile a sottolineare con maggior impatto visivo la differenza tra le varie fasi temporali della vicenda.
Ma altrettanto rilevanti risultano gli occasionali pezzi musicali pop – che l’autore inserisce all’inizio per evidenziare l’entusiasmo e l’occidentalizzazione anche culturale del Paese – e, soprattutto, i curati e numerosi campi larghi, con i quali il regista pone degli squarci semidocumentaristici sulla Cina: sulla sua bellezza naturale e paesaggistica, ma soprattutto sulla sua mutazione architettonica, industriale e lavorativa, rappresentata da centrali elettriche o da minatori che protestano per il loro eminente licenziamento.

Tutto ciò in un’opera che riesce a coniugare perfettamente profondità tematica e originalità registica, pensiero intellettuale e presa emotiva, cinema d’autore e cinema di genere, risultando per questo uno dei grandi film dell’anno.

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