Archivio film Cinema Eventi News — 30 Novembre 2020

Come è cambiato il Torinofilmfestival nell’era digitale? E come cambia soprattutto nell’era della pandemia? Rispetto alla forma ibrida di Venezia il festival della Mole sembra aver tratto linfa vitale dalla diversa sistematizzazione di eventi come questo. Nell’annus horribilis del Covid questo è stato anche un festival non solo on line, ma anche di democratizzazione culturale e transizione con due nuovi direttori come Stefano Francia di Celle e Fedra Fateh, che con grande intelligenza hanno rinsaldato legami con operatori culturali ed esercenti cittadini nelle dirette sul web, senza dimenticare l’orientamento verso la ricerca espressiva inerente la manifestazione creata da Gianni Rondolino e Ansano Giannarelli. Eccovi dunque una guida ragionata con il meglio di questa edizione.Personalmente ho inaugurato la kermesse con la proiezione di “The Dark and the Wicked” di Bryan Bertino e devo dire che il film mi ha ricordato molto un racconto lovecraftiano come “La cosa sulla soglia” per il controllo forsennato e totalizzante di una forza esterna sulle vite dei protagonisti. Da qua si evince la natura teorica di un congegno di suspense perfettamente congegnato anche sul piano temporale con un lavoro sull’impianto visuale del cinematographer Tristan Nyby, nipote del direttore della fotografia di Howard Hawks, fondato su chiaroscuri e colori desaturati.Per Bertino il film della maturità stilistica e tematica.

“Sin señas particulares”di Fernanda Valadez è invece una storia di immigrazione e integrazione astratta,filmata con un taglio antropologico.

Con “The Evening Hour” di Braden King  abbiamo uno spaccato spietato sul commercio dei farmaci, anche se la regia quando deve orientarsi verso il noir, si adegua al copione “d’autore.”Sempre un piacere rivedere in azione Lily Taylor, Stacy Martin e Tess Harper.

“Mickey on the Road”di Mian-Mian Lu  è un inno all’amicizia femminile di notevole potenza evocativa.Il punto di vista è quello delle protagoniste.Lo sguardo registico è insieme stiizzato, entomologico e colorato su Taiwan.

“Antidisturbios” di Rodrigo Sorogoyen: nelle stanze di Rol i primi due episodi della serie iberica molto apprezzata in patria per il realismo, lo stile documentaristico e l’impostazione antimanichea.Quando i confini fra cinema e serialità televisiva si fanno labili.

“Vera De Verdad” di Beniamino Catena è una messinscena sulla ricerca interiore, colma di immagini paniche alla Michelangelo Frammartino e Šarūnas Bartas. Una delle sorprese festivaliere.

“Gunda” di Victor Kossakovsky: Joaquin Phoenix produce un peana della scrofa, che manco Quentin Dupieux avrebbe concepito.

“Calibro 9” di Toni D’Angelo: il sequel di “MIlano Calibro 9” con il figlio faccendiere di Ugo Piazza (Marco Bocci) contro il commissario Di Leo (ops Alessio Boni). Non si limita solo all’effetto vintage fortunatamente D’Angelo che dopo il bellissimo quanto disperato”Falchi”tesse in maniera teorica con inquadrature ardite, ralenti e un protagonista bastardo quanto il padre, che disdegna alla grande, una ragnatela, un mondo di vite parallele e destini incrociati fra Italia, Belgio, Germania e Canada. Il film come prodotto internazionale regge bene (v.anche la scena dei cecchini che mirano allo yacht) e forse Stefano Sollima ha trovato un suo degno rivale.

“Fried Barry” di Ryan Kruger (nomen omen) al Torinofilmfest per chi scrive è un instant cult (v.foto). Primo per i connotati ottanteschi alla Tom Noonan e Matthias Hues del meraviglioso Gary Green, junkie reso ancora più alienato dagli alieni (perdonate il gioco di parole). Secondo perchè è quasi una rilettura horror di Kaspar Hauser e Bad Boy Bubby con momenti davvero estremi.”Il buco in testa” di Antonio Capuano  è un ritratto femminile di una donna talmente lacerata dal terrorismo, da diventare quasi anaffettiva. Una donna che ha allontanato l’emozione e ha innalzato dei muri dentro di sè anche verso la madre. Teresa Saponangelo si mette al servizio di Capuano con grande trasporto recitativo. In “Regina” di Alessandro Grande, unico italiano in concorso, c’è una visione del mondo un pò cinica, inteso come epicentro di contraddizioni. Una morte accidentale fa dipanare un racconto, dove la vocazione artistica e le differenze generazionali richiedono una spiritualità salvifica. Intensi Francesco Montanari e Ginevra Francesconi. “Breeder” di Jens Dahl ci mette in guardia sulle perversioni del biohacking.Dahl, già sceneggiatore per Refn di “Pusher”, si riconferma un talentaccio, revisionando l’assunto di Platone dell’immortalità dell’anima che rinasce e non perisce mai.La nostra gioventù deve finire, se no rischiamo di diventare bestie da macello e Dahl è molto convincente nella sua rappresentazione dell’orrore insito nei laboratori, dove si pensa di violare impunemente l’invecchiamento delle cellule.Grande horror morale, oserei dire diretto con sguardo al femminile. Il filippino “Cleaners” di Glenn Barit è insieme a “La scuola prossima” di Alberto Momo l’altro film scolastico del Torinofilmfestival.E’ un’ antologia di percorsi iniziatici degli studenti, realizzata in stop motion , lavorando e colorizzando 30 mila fotografie in bianco e nero. “The Oak Room” di Cody Calahan e “Funny Face” di Tim Sutton: piccoli e grandi- nello specifico filmico- orrori al Torinofilmfestival. Se “The Oak Room è una sorta di attualizzazione da camera dei “Tales from the Crypt” da Ec Comics sul collasso della narratologia nel racconto scritto e orale in un loop temporale e nevoso a lenta combustione, prima della violenza finale come catarsi nelle memories di un murder, “Funny Face” ha un andamento ipnotico che ricorda a tratti “A Girl Walks Home Alone at Night” di Ana Lily Amirpour per l’odissea notturna con la differenza, che qua imperano i colori dei neon. Forse l’horror come genere davvero adulto può ripartire da qua, dalle stanze di Rol.”Helmut Newton: The Bad and the Beautiful” di Gero von Boehm è un tributo all’arte di un fotografo, che pochi altri ha coinvolto nel processo creativo i soggetti rappresentati e i contributi di Isabella Rossellini, Grace Jones, Marianne Faithfull, Claudia Schiffer, Charlotte Rampling fra gli altri, ne sono la dimostrazione lampante.

Infine “Dear Werner” di Pablo Maqueda, storia in forma di docfilm di una possessione diabolica simile a quella del tandem Kinski/Paganini .Il regista Maqueda ripercorre con audacia la stessa cartografia, utilizzata da Herzog: la strada da Monaco a Parigi, per impedire la morte della sua mentore, la critica cinematografica Lotte Eisner.

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *