Archivio film Cinema Eventi News — 19 dicembre 2016

Il cinema che vediamo al TorinoFilmFestival, gode di uno statuto particolare. È un cinema differente, fatto da registi alla prima e/o seconda opera, spesso d’avanguardia indubbiamente, ma insieme è un cinema che fa emergere alcuni dei nodi più rilevanti del cinema in quanto tale. Innanzitutto un meccanismo di esibizione radicale sembra ispirare i film scelti da Emanuela Martini e il suo staff. È un’esibizione molteplice e stratificata, che investe più livelli e più orizzonti. Lo sguardo meccanico dei cineasti della vetrina torinese scopre di volta in volta una galleria variegata di pratiche è insieme registrata e mostrata come tale attraverso procedimenti di messa in scena ora complessi, ora ridotti ad una sorta di intenzionale minimalismo tecnico-linguistico. I registi in questione attivano e mostrano una serie di procedure differenti, che riguardano il lavoro stesso di messa in scena e le componenti molteplici della macchina realizzativa del cinema. Ciò avviene soprattutto nella sezione Festa Mobile, dove il rifiuto dei modelli standard del cinema classico – a parte Sully di Clint Eastwood beninteso e il superamento estremamente personale ed intensivo dei modi del cinema moderno, fanno di queste messe in scena una riflessione in re sullo statuto del cinema ed una esibizione delle modalità strutturali della messa in scena stessa. Mi riferisco in particolare a film della sezione come L’avenir di Mia Hansen-Løve, La loi de la jungle di di Antonin Peretjatko con continui ammiccamenti alla comicità dei Les Charlots, Free State of Jones di Gary Ross, Old Stone di Johnny Ma, Slam-  Tutto per una ragazza di Andrea Molaioli, Free Fire di Ben Wheatley, A Quiet Passion di Terence Davies, War on Everyone di John Michael Mc Donagh, fino alla consacrazione definitiva del regista romeno Adrian Sitaru con il dittico rappresentato da Ilegitim e Fixeur, fulgidi esempi di spaccati sociali in lunghi piani sequenza,dove le ferite del dopo Ceaușescu non si sono cicatrizzate e i legami di sangue sono contaminati da diffidenze e rancori. Se la storia del cinema è la capacità di creare storie tramite un’operazione museale di macrostoria, i film poco narrativi, acusticamente e visivamente sperimentali rappresentano standard qua poco noti al grande pubblico. I programmatori scelgono un cinema di ricerca non familiarissimo , una selva di titoli non compattissimi nello stile, che vive anche sulle contaminazioni fra mode giovanili e audiovisivo, come la retrospettiva sul punk, che ci ha permesso di riscoprire un manifesto teorico come The Blank Generation (1976) di Ivan Kral. Il festival è permeato tuttavia di immediatezza e spontaneità, fra chi pensa di trasformarlo in un festival estivo in stile Locarno e un critico astioso di mia conoscenza, che lo ha definito con una certa incoscienza “fighetto”.

L’ex Cinema Giovani è più vitale che mai anche quando guarda al passato come avviene nella sezione Cose che verranno: si pensi a Ikarie XB 1, un film di fantascienza ceco del 1963, diretto da Jindřich Polá e tratto dal romanzo di Stanislaw Lem, lo stesso scrittore di Solaris. L’esplorazione del cosmo qua non è solo una questione metafisica ma isolamento, confine fra Dio e Satana e la sublimazione della tecnocrazia in una visione fra modernariato vintage e invenzione visuale espressionista. Oppure al postatomico A Boy and His Dog (1975) di L.Q. Jones, attore feticcio di Sam Peckinpah, con un giovanissimo Don Johnson, fra road movie e western alla Cormac Mc Carthy.
Nella consueta notte horror ha spiccato Sam Was Here di Christophe Deroo, un film derivativo da Duel, Hills Have Eyes (versione Aja beninteso) e dalla poetica on the road di Eric Red con tanto di musiche carpenteriane. Però funziona alla grande! Le convenzioni di genere sono rivoltate come un guanto, vedi il finale spiazzante e agghiacciante veicolato dall’occhio elettronico e le digressioni metalinguistiche.

Per chi scrive uno dei film più convincenti del concorso è Jesús, di Fernando Guzzoni, di provenienza cilena, che mette in scena il sentimento politico oltreché di una cultura, di un’intera generazione tramite il disagio giovanile. Guzzoni è un regista più convenzionale rispetto ad altri suoi illustri conterranei ma sa come affrontare il tema etico.
I primi piani del protagonista rivelano infatti ambiguità, reticenze, contraddizioni, imbarazzi e indignazione, che si riverberano nelle sue parole. Ciò traspare anche in Christine di Antonio Campos, che revisiona il suicidio in diretta della giornalista televisiva, che già ispirò Network di Sidney Lumet. Un lungometraggio che dietro le banalità di sceneggiatura poggia sulla recitazione istintiva e insieme straziante di Rebecca Hall.
Due film essenziali nella sezione Afterhours: The Stepford Wives (La fabbrica delle mogli, 1972) di Bryan Forbes è un piccolo capolavoro di tensione, tratto da un romanzo Ira Levin (Rosemary’s Baby), trattandosi di una satira feroce delle casalinghe disperate nella provincia. Katherine Ross e Paula Prentiss sono le vittime designate. Dimenticate il terribile remake con Nicole Kidman dunque! Pyromanen/Pyromaniac di Erik Skjoldbjaerg già regista norvegese di Insomnia, è invece un altro viaggio nella violenza psicologica. Un giovane piromane semina il panico nella sua comunità e a Skjoldbjaerg interessa lo studio comportamentale di un folle della porta accanto, gonfio di disagio esistenziale.

La radicalità delle opzioni filmiche è tale da imporsi così immediatamente alla visione e da costituire di fatto un ibrido intensivo, assolutamente particolare che unisce due determinazioni nettamente diverse come la riflessione e la esibizione. Così all’esibizione delle molteplici sperimentazioni linguistiche del cinema odierno il TFF aggiunge un’esibizione di tematiche alte, attraverso la presentazione di alcune varianti trasgressive, quasi un’esibizione di alcune perversioni possibili della mise en scène come accade nell’ormai canonizzato Elle di Paul Verhoeven, The Love Witch di Anna Biller, fra pop, vintage e nudie e la riflessione iconografica di Daguerrotye di Kiyoshi Kurosawa. Sono trasgressioni che riguardano le modalità espressive, ma anche di recitazione dei soggetti posti davanti alla mdp, l’uso della tecno-linguistica del cinema e il carattere ambiguo e singolare delle performances degli attori. E in questa sintesi anomala Martini e soci realizzano una fusione singolare e fortemente simbolica di ricerca cinema che vorremmo vedere anche nei grossi circuiti e di ricerca sulla tecnica, di esibizione dell’interiorità e di esibizione del cinema. Lo provano le visioni di documentari nostrani come A pugni chiusi di Pierpaolo De Sanctis, su Lou Castel, attore iconico della contestazione, Gipo, lo zingaro di Barriera di Alessandro Castelletto sullo chansonnier torinese, cugino del critico cinematografico Alberto Farassino e Nome di battaglia donna di Daniele Segre, ossia la resistenza partigiana in Piemonte, vista da un punto di vista femminile e decisamente anti-eroico.

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