Archivio film Cinema News — 29 luglio 2017

Titolo originale: Trainspotting 2

Regia: Danny Boyle

Soggetto: Irvine Welsh (in particolare, Trainspotting e Porno)

Sceneggiatura: John Hodge

Cast: Ewan McGregor, Jonny Lee Miller, Ewen Bremner, Robert Carlyle, Kelly Mcdonald, James Cosmo, Shirley Henderson, Irvine Welsh.

Fotografia: Antony Dod Mantle

Montaggio: Jon Harris

Musiche: autori vari

Produzione: Cloud Eight Films, DNA Films, Decibel Films, TriStar Pictures

Distribuzione: Warner Bros.

Nazionalità: Regno Unito

Anno: 2017

Durata: 117’

Sono passati vent’anni da quando Renton, Spud, Begbie e Simon misero a segno il colpo della vita, ricavando sedicimila sterline dalla vendita di una consistente quantità di droga piovuta dal cielo. E sono passati vent’anni da quando Renton si svegliò la mattina successiva, abbandonando tutti al loro destino e fuggendo in Olanda non solo con la sua parte di soldi, ma anche con quella di Begbie e Simon. Vent’anni da quando però quel giorno decise di non tradire anche Spud, l’unico a cui abbia voluto veramente bene, lasciandogli i suoi quattromila in una cassetta.
Renton ha quindi “scelto la vita” ed ora vive ad Amsterdam. Tuttavia, dopo essere crollato a terra in seguito a un malore mentre si stava allenando sul tapis roulant in palestra, decide di tornare per chissà quale motivo ad Edimburgo. Non è certo un ritorno al cuor leggero dato che, ad aspettarlo, c’è chi è arrabbiato con lui, chi è rimasto ferito dalla sua fuga, e chi, come Begbie, vorrebbe vederlo morto.

Regia di Danny Boyle, quasi per dovere morale. Gli stessi attori, dovere morale anche quello. E ci terrei a sottolineare la sensibilità – per nulla scontata – da parte dell’edizione italiana, di arruolare gli stessi doppiatori (le cui voci invecchiate hanno dato al tutto una continuità temporale quasi commovente) che in parte vennero consacrati proprio doppiando Mc Gregor e compagni nel primo storico film.
Personalmente, non credo di esagerare se dico di essere uscito dal cinema con un vuoto dentro, al termine della visione. Dal punto di vista filmico, si può dire Trainspotting 2 non sarebbe potuto venire meglio di così. Si può far finta di non accorgersi che Il ritmo frenetico di Boyle è qui addolcito e, diciamocelo, un po’ imbolsito (spero apposta) per tradurre anche visivamente l’appesantimento fisico dei suoi protagonisti invecchiati; si possono perdonare le autocitazioni a profusione, un tranello in cui moltissimi sequel del passato sono caduti (peraltro senza troppe resistenze – vedi Zoolander 2), come la scena in cui Rent salva Spud dopo il tentato suicidio; passi la fotografia tristemente “politica e borghese” (per dirla alla Duccio Patanè di Boris, anche lui cocainomane) di Muntle – alter ego visivo del Boyle di 28 giorni dopo e di The Millionaire – che spazza via in un colpo solo le atmosfere allucinanti di Brian Tufano del primo film, date soprattutto dai toni di giallo e arancione che ricoprivano i muri di quei sozzi appartamenti in cui Renton e gli altri passavano le giornate a bucarsi. E si può passar sopra la generale mancanza di mordente, conseguenza, da una parte, dell’imbolsimento fisiologico di cui si diceva prima, e dall’altra di un certo timore reverenziale più che comprensibile, specie di fronte a un cult che ha conosciuto un successo davvero inaspettato e incrollabile nel corso degli anni. Insomma, Trainspotting 2 porta con sé tutti i limiti prevedibilissimi e, perché no, perdonabilissimi, che i sequel a rischio in un modo o nell’altro finiscono col mostrare apertamente. E allora mi chiedo cosa sia stato a farmi stare così male. E per arrivare a capirlo ci ho messo quasi una settimana.
La risposta sta tutta in quello che io credo sia uno dei mali più gravi, diffusi e fastidiosi contratti dalla Urban Culture degli ultimi dieci anni, e che ha generato piaghe narcisistiche tra la sua fauna cittadina – specialmente di giovane età – come il fenomeno hipster in tutte le sue accezioni. Sto parlando della famigerata gentrificazione, quel fenomeno per cui le aree urbane un tempo decadenti e fatiscenti (sia dal punto di vista architettonico che umano) vengono trasformate in aree urbane di valore, con un immediato aumento dei prezzi delle case e con il conseguente cambiamento della tipologia umana bazzicante le strade tutt’intorno – esattamente quello su cui Rent e Sickboy vogliono far leva nel corso del film, per riuscire a intortare il comune e ottenere i soldi necessari per la costruzione del loro bordello. Il fenomeno hipster – o, se volete, l’autocompiacimento nel sentirsi bohemien solamente attraverso una scelta di un particolare abbigliamento o di un acconciatura di capelli o barba – ha inculcato, tra le altre, l’idea del “culto del brutto come nuovo bello”, in quanto anticonformista. Vittime di questo capriccio dei tempi infausti in cui viviamo sono stati, in ordine sparso, la letteratura, la musica (che per esempio in Italia ha partorito cantautori inspiegabili come Calcutta, I Cani e altri loro inascoltabili simili) e il cinema. Ora, se fino alla settimana scorsa pensavo che la più becera manifestazione di questo autocompiacimento della rappresentazione del niente fosse incarnata nell’insopportabile presunzione di Frances Ha (id. 2012) di Noah Baumbach, con Traispotting 2 ho dovuto ricredermi. Ho infatti scoperto che questa malattia non risparmia nessuno, neppure i più grandi come Boyle e lo stesso Welsh, che ha supervisionato il lavoro. E rendersi conto di una cosa come questa fa male al cuore. Perché? Perché ho visto con i miei occhi che sia il regista che l’autore hanno annientato e polverizzato lo spirito originale del film e, ancora prima, del libro, senza forse accorgersene. Il Trainspotting degli anni ’90 metteva in scena soprattutto una cosa: la vita schifosa di certe categorie di esseri umani, i drogati, i poveri, i dimenticati da Dio. C’era rabbia, rassegnazione, ma almeno c’era anche lucida consapevolezza della cosa, come gridava Rents a Tommy nell’esilarante episodio della passeggiata nelle highlands: “It’s shite being scottish! We’re the lowest of the low! The scum of the fucking Earth!”. Una lucida consapevolezza che aveva il pregio di far scaturire quella pungente ironia che aveva decretato il successo dello scrittore Welsh prima, e del film poi. A vent’anni di distanza questo non c’è più. E lo si capisce subito, da quando Renton mette piede in una Edimburgo che non è mai stata così bella, pulita ed efficiente. Le case popolari marciscono, ma stanno per essere abbattute; la famigerata Leith Walk, nei pressi del porto, teatro di storie orrende nei racconti di Welsh, sta lentamente trasformandosi (o meglio, “gentrificandosi”) nel quartiere della vita notturna, come sta succedendo nella stragrande maggioranza degli ex quartieri sudici di mezza Europa. A questo punto non c’è più scampo, l’ironia non ha più una base su cui poggiarsi. Se è vero che il brutto si sta trasformando in bello, allora per gli emarginati ci sono due strade: la prima è quella di scomparire, la seconda è quella di costringersi ad essere parte del bello. Rents e Sickboy rimarranno sempre parte della prima categoria: il primo era scomparso anni prima e alla fine del film tornerà ad emarginarsi ancora di più, tornando in quel vortice spaventoso che è la sua vecchia camera da letto; il secondo si auto seppellisce nel vecchio bar in rovina della zia, rifiutando in qualche modo di vedere quello che capita attorno a lui e vivendo di affari loschi e miserabili. Ad appartenere alla seconda categoria è Spud, forse il personaggio più insopportabile, in questo secondo capitolo: Spud, quello che un tempo era il principe dei perseguitati, il simbolo assoluto dell’innocente debolezza umana capace solo di fottere se stessa. Ebbene proprio lui, proprio Spud, la cui miseria era una delle poche certezze su questa Terra dopo la morte, EVOLVE, anzi “gentrifica”. Spud si scopre intelligente, sensibile e, soprattutto, si riscatta. E questo non è un bene, perché sarebbe come leggere nella Bibbia che Gesù, a un certo punto, riesce a spaccare i chiodi della croce e successivamente a vendicarsi, picchiando ebrei e romani a sangue con un randello chiodato, anziché riscattare l’umanità nell’unico autentico modo possibile. Spud capisce che deve mettere su carta tutte le cose che gli sono successe, per dare un senso alla propria vita, diventando uno scrittore, diventando Welsh. Spud sceglie la vita, ma per davvero, abbracciando il suo niente, anziché rifiutarlo. E se l’evoluzione di Spud è un’abominevole atto contro natura, peggio ancora è la redenzione di Begbie il quale, udite udite, comprende i suoi errori e a un certo punto cerca la pace con la famiglia. Begbie capisce di star rovinando la sua vita, ma va avanti lo stesso, non perché sia rimasto un pazzo psicopatico, ma perché, proprio come un altro Gesù Cristo, va fino in fondo con la consapevolezza di quali gravi conseguenze avranno le sue azioni nella sua vita, con l’ennesimo svilimento di uno dei personaggi di finzione più controversi degli ultimi vent’anni: Begbie si sacrifica per il figlio.
Un tempo i protagonisti di Trainspotting (e in generale dei racconti di Welsh) erano il simbolo dell’emarginazione, dell’antitesi, dell’ombra. Simboleggiavano una minoranza che non riusciva a seguire quella che veniva identificata come la normalità. Rents e gli altri erano addirittura orgogliosi di non essere come quegli zombie che vivevano tra casa e ufficio, e non avevano sensi di colpa quando incassavano gli assegni di disoccupazione, barando ai colloqui di lavoro. Ma nel 2017 il non avere un lavoro, essere dimenticati ed essere contro un sistema che non premia è diventata la normalità. Tutto si è invertito, capovolto. Ecco perché i protagonisti sembrano tutti fuori posto: se passare da eroi ad antieroi può essere romantico, il processo inverso è umiliante e svilente. Tutto il film è infatti un continuo processo di svilimento, un perdurante ridicolizzare quelli che un tempo erano sudici ma orgogliosi di esserlo – e non è questa la storia degli scozzesi? –. Ecco che allora Rent non è altro che un quarantacinquenne che dalla dipendenza dall’eroina è passato a quella dallo sport, e che spiega a Spud con il sorriso sulle labbra che la disintossicazione non deve avvenire a livello fisico, ma mentale (!!!); Sickboy sa di condurre una vita da fallito, ma è TRISTE per questo; Begbie capisce che suo figlio può avere un futuro, essere meglio di lui e suo padre e allora decide di PROTEGGERLO. Tutto molto bello, tutto molto edificante. Peccato che mettere in scena queste storie nel mondo di Welsh sia, a mio parere, moralmente sbagliato, non si fa. E che Welsh sia complice di tutto ciò mi intristisce ancora di più. Questo significa tradire se stessi.
La gentrificazione colpisce qualsiasi cosa: anche i ricordi dei tempi tossici da parte di Rent e Sickboy vengono edulcorati e rappresentati visivamente con degli urticanti filtri vintage che traducono al meglio l’insopportabile tendenza contemporanea a guardare al passato con nostalgia per poi ostinarsi a riproporlo nel presente in ogni maniera possibile – in T2 i ventenni cantano Radio Gaga in discoteca, in una sorta di dominio totalizzante dello spirito vintage nella vita di tutti i giorni; quanto mi è sembrata lontana la “contemporanea” musica techno della scena in discoteca del primo film! –. E infatti in questo contesto è proprio Begbie a venirne fuori alla grande: non rimorchia un trans, come nel primo film, ma ragazze giovani e fresche. Perché? Perché con i suoi tatuaggi, la sua pancetta che va di moda (ricordate il “dad bod” che imperava nel 2015?), e soprattutto i suoi baffi, Begbie è diventato un’icona hipster, un figo suo malgrado, una sorta di Philippe Dumas scozzese. Ecco i beneficiari del nuovo gusto, i “migliori” fra noi. E che dire di Spud, alla fine del film? Camicia orrenda anni ’70, abbottonata fino in cima; occhialoni anni ’70 (riesumati dal primo film), pantaloni skinny e cappellino: abbigliamento simbolo del disagiato? No, è la perfetta descrizione dell’intellettualoide hipster attratto fortemente dai suoi simili, e che infatti nella vita vera ascolterebbe musicisti come Stromae, il cui talento viene purtroppo oscurato da ciò che il loro apparire vuole a tutti i costi rappresentare.
Ma gli emarginati ci saranno sempre. Solo che non sono più gli scozzesi drogati che ce l’hanno a morte contro l’impero Britannico. Questo l’avevamo capito con il referendum per l’indipendenza, miseramente fallito. Sono incarnati in Veronika, che viene dall’est, da una Bulgaria che veramente non conosce nessuno e i cui disagi sociali stanno facendo lentamente emergere come zombie le anime filo-naziste tanto dure a morire. E che fa sembrare Rent, Sickboy e Spud ancora più borhesi e tristi. Ma questa è un’altra storia.
Non mi dilungo oltre, sto diventando astioso. Concludo con le musiche: anche esse ridotte ad un bellissimo contorno, ripulite da ogni traccia ansiogena. Si vuole estrapolare solo il meglio: Born Slippy è ridotto a una soffusa emanazione al pianoforte e si consente a Lust for Life di Iggy Pop di liberare il suo ghigno malefico solo alla fine del film, quando tutto è finito, una mera e triste concessione. Gentrificata.

Trainspotting 2 non è brutto film, anzi. Ha il merito di rappresentare lucidamente la tristezza che oggi sta davvero regnando su tutti, e non solo su alcuni. Il problema è che non lo fa con consapevolezza, a mio parere. E quando questa consapevolezza, quando questo far vedere le cose apposta per dare fastidio e stuzzicare il senso critico della gente, viene meno… Allora sono finiti per sempre quei tempi in cui l’ironia poteva venire ogni tanto a consolarci. Non viviamo infatti in tempi in cui ognuno di noi si prende dannatamente sul serio? In cui tutto ha una dignità e nessuno deve permettersi di metterlo in discussione? In cui tutto è il contrario di tutto? In cui qualsiasi cosa diventa di tendenza, solo perché un ragazzotto che ha qualche migliaio di follower decide che è così, la mattina appena sveglio?
Come si fa a capire ancora ciò che è bello, se manca l’intima comprensione di ciò che invece è brutto? Se il brutto adesso è il nuovo bello?
Ma poi magari mi sbaglio, e Welsh e Boyle hanno fatto tutto di proposito. Lo spero.

Ma certo è che non avrebbero mai dovuto girare questo film: ci sta ricordando che, dopo la disintossicazione dall’eroina, arriva implacabile la depressione. E che la voglia di tornare a farsi diventa opprimente.

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