Archivio film Cinema News — 12 Dicembre 2014
Titolo originale: Trash
Paese di produzione: Regno Unito
Anno: 2014
Durata: 113 minuti
Genere: drammatico, avventura, thriller
Regia: Stephen Daldry
Soggetto: Andy Mulligan (libro)
Sceneggiatura: Richard Curtis, Felipe Braga
Produttore: Tim Bevan, Eric Fellner, Kris Thykier
Produttore esecutivo: Bel Berlinck
Casa di produzione: O2 Filmes, PeaPie Films, Working Title Films
Distribuzione: Universal Pictures (Italia)
Fotografia: Adriano Goldman
Montaggio: Elliot Graham
Scenografia: Tulé Peak
Costumi: Bia Salgado
Interpreti: Rooney Mara, Martin Sheen, Wagner Moura, Selton Mello, Rickson Tevez, Eduardo Luis, Gabriel Weinstein, Christiane Amanpour


Gambe scattanti, occhi sgranati e sorrisi strafottenti si rincorrono tra rifiuti galleggianti e baracche di fango nelle favelas di Rio de Janeiro. “Trash” è la favola occidentale su un Brasile di corruzione, ingiustizia e violenza di cui Rafael, Gardo e Gabriel sono gli interpreti. “Bambini spazzatura”, a metà tra Oliver Twist e Huckleberry Finn ci guidano in un’avventura tra fogne e discariche in un rush di adrenalina firmato Stephen Daldry. Premiato dal pubblico al festival del film di Roma 2014, “Trash” sembra molto apprezzato dagli spettatori per narrazione e fotografia. Meno convinta, invece, la critica, dal regista di “Billy Elliot” e “The Hours” per una sceneggiatura alquanto fragile e un messaggio troppo semplicistico. Nel complesso tuttavia, si esce di sala con il fiatone per aver troppo corso e uno spettacolo di luci, colori e paesaggi negli occhi.
I tre ragazzini brasiliani hanno 14 anni e vivono nelle favelas, dove lavorano nello smistamento di rifiuti. Un giorno Rafael trova nella discarica un portafogli, una foto con misteriosi numeri sul retro, un calendario con l’immagine di San Francisco e una chiave. Così inizia il gioco per i piccoli eroi e la caccia della polizia locale per sotterrare squallore e corruzione.
Tratto dal romanzo omonimo per ragazzi di Andy Mulligan, e sceneggiato da Richard Curtis, l’autenticità del ritratto del sottomondo sudamericano è garantito dalla troupe brasiliana, e dal produttore esecutivo, Fernando Meirelles. A dare l’impronta è invece, il talento e il punto di vista riconoscibilmente anglosassoni di regista e autori, oltre che della produzione britannica Working Title. Il risultato è dunque, puro entertainment dalla confezione formale impeccabile ma dalle implicazioni discutibili: il racconto di una realtà degradata dal punto di vista del benessere angloamericano è valso al film più di un’accusa di “colonialismo commerciale”. Come Danny Boyle ha raccontato l’India degli slum, Stephen Daldry incede nel terzo mondo delle bidonville senza farne parte.
Prende in prestito l’estetica brasiliana ma non rinuncia al giusto distacco che serve per raccontare una storia, seppur di un Brasile autoctono ricostruito ad arte.
Trash inoltre, dà prova di una fantastica recitazione: tre attori, veri abitanti delle favelas, diventano i Picari del Brasile contemporaneo che tengono lo spettatore sospeso tra la paura per la loro incolumità e l’implicita complicità per le loro bravate.
Tre piccoli non attori saltano dentro e fuori le inquadrature a ritmo dei suoni brasiliani del compositore Antonio Pinto. Una storia nella storia: Rafael, Gardo e Gabriel si fermano davanti all’obbiettivo solo qualche istante per raccontare le loro peripezie e poi ripartire. I piani temporali si sovrappongono e si frantumano in un andirivieni di flashback e flash forward che aggiungono dinamismo alla storia. Scatti di Brasile si compongono e decompongono nella fotografia di un sottomondo spesso dimenticato.

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