Cinema News — 26 luglio 2014

Titolo originale: Eyjafjallajökull
Regia: Alexandre Coffre
Sceneggiatura: Laurent Zeitoun, Yoann Gromb, Alexandre Coffre
Soggetto: da un’idea di Yoann Gromb
Fotografia: Pierre Cottereau
Montaggio: Sophie Fourdrinoy
Scenografia: Sonia Philouze
Costumi: Sonia Philouze
Musiche: Thomas Roussel
Cast: Valérie Bonneton, Dany Boon, Denis Ménochet, Albert Delpy, Bérangère McNeese, Constance Dollé
Produzione: Nicolas Duval-Adassovsky, Laurent Zeitoun, Yann Zenou
Nazionalità: Francia
Anno: 2013
Durata: 92 minuti

Dall’impronunciabile titolo originale, Eyjafjallajökull, agevolato dall’originale sottotitolo “altrimenti dite vulcano”, la commedia di Coffre è un susseguirsi di colpi: colpi bassi, di testa, di genio, simpatici colpi di scena, svariati colpi mancini ed un rinnovato colpo di fulmine.

La trama s’ispira a quanto accaduto nel 2010, quando il vulcano islandese Eyjafjallajökull ha eruttato, causando una cupa nube di ceneri che ha determinato un inevitabile blocco del traffico aereo. La storia narrata da Coffre ha origine proprio a partire da questo pretesto: Alain (Dany Boon) e Valérie (Valérie Bonneton), due ex coniugi, si ritrovano accidentalmente sullo stesso volo diretto a Corfù, in Grecia, dove la giovane figlia Cécile convolerà a nozze. L’eruzione improvvisa del vulcano, però, costringerà i due a trovare una via alternativa per arrivare in tempo per il matrimonio.

Il vulcano è solo protagonista apparente della pellicola poiché, in realtà, non ci viene mai mostrato. Funge, così, da pretesto per far rincontrare i due coniugi separati che si odiano irrimediabilmente.
Con il progredire della vicenda, l’Eyjafjallajökull sembra quasi diventare metafora della deflagrazione di un ritrovato sentimento ed una ritrovata intimità tra i due.
Alexandre Coffre definisce questo suo road movie trasfigurato in chiave tragicomica “una commedia anti-romantica venata di avventura”.

Alain e Valérie compiono un viaggio isterico verso Corfù, violando la legge istituzionale, trasgredendo quella morale, perdendo ogni cosa (vestiti, documenti, faccia), ritrovandosi, però, complici in tutte quelle situazioni irreali.
Una commedia che prende quota e mantiene coerenza per tutto il dipanarsi della storia. Un cocktail esplosivo senza esclusione di colpi che conserva un ritmo concitato e, come un turbine, coinvolge lo spettatore in sala.

Del resto, Dany Boon è una vera e propria garanzia. Protagonista di esilaranti commedie, tra cui spiccano Bienvenue chez les Ch’tis (Giù al nord, 2008) ed il recentissimo Supercondriaque (Supercondriaco – Ridere fa bene alla salute, 2014), di cui lui stesso è anche regista, oltre che co-protagonista al fianco di Kad Mérad, con il quale forma un duo irresistibile.
Anche in questo film, Boon convince e catalizza tutta l’attenzione dello spettatore su di sé, sulla propria personale comicità che definirei, a tratti, slapstick.
Tutta colpa del vulcano ha un tono molto realistico e attuale, poiché ciò che prevale in ogni scena è l’inesauribile battaglia tra sessi. Concetto per il quale è impossibile non trovare delle similarità con il film diretto da Danny DeVito del 1989, The War of the Roses (La guerra dei Roses), con protagonisti Michael Douglas e Kathleen Turner. Anche se nel film di Coffre assistiamo ad un rovesciamento del tradizionale modello familiare, poiché è l’uomo, Alain, ad essere sentimentale, premuroso e ancorato al valore della famiglia, mentre la donna, Valérie, è smaliziata ed in carriera.

Alain e Valérie non sono personaggi prevedibili né stereotipati. Vittime di quelle fluttuazioni comuni in ogni coppia, un minuto prima si odiano fino a volersi uccidere ed un minuto più tardi si salvano la vita a vicenda. Entrambi legati da una sorta di alchimia negativa, scopriranno, man mano che si avvicinano all’unico “bene” che hanno in comune, che alla base della loro disistima reciproca c’è di più, qualcosa di non detto o di non ammesso.

Film dalle scene esilaranti che, talvolta, mi ha ricordato la trilogia di Una notte da leoni  diTodd Phillips: c’è un matrimonio a cui sembra di non riuscire ad arrivare e c’è un percorso da compiere, disseminato di ostacoli e di incontri davvero singolari.

Assolutamente da citare è l’incontro con Ezéchiel (Denis Ménochet), ex killer seriale convertito ad un fanatismo religioso tale da trasformare il proprio camper in una sorta di “arca di Noé ” con tanto di sagrestia. Il santone affetto da seri problemi psicologici è assoluto protagonista della sequenza, a mio parere, più esilarante di tutto il film.

Insomma, 92 minuti di puro intrattenimento non-stop, che non prevede punti morti in cui poter tirare il fiato. Nonostante la storia sia dotata di happy-ending, per i due protagonisti i problemi non sono ancora finiti, costretti a scontare in Grecia le loro varie infrazioni.
Un mirabolante concatenarsi di disavventure che fanno sorridere e si protraggono ben oltre la fine del film.
Come risulta chiaro in un’ultima scena, posta a seguito dei primi titoli di coda, quando Cécile, guardando i video-messaggi registrati dalla madre durante tutto il percorso, fa un’imbarazzante scoperta.

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