Cinema News — 27 marzo 2013

Italia/ Svizzera, 2012

Regia: Alina Marazzi

Cast: Charlotte Rampling, Elena Radonicich, Valerio Binasco, Maria Grazia Mandruzzato

Durata: 83’

 

Il percorso artistico di Alina Marazzi è una preziosa anomalia nel panorama cinematografico italiano. L’autrice si è affermata a livello nazionale con lo straordinario documentario “Un’ora sola ti vorrei” (2002), dove con l’aiuto dei filmini di famiglia ha ricostruito la vita della madre, morta suicida quando lei aveva 6 anni. In “Per sempre” (2005), esplora il mondo dei monasteri cercando di capire quale motivazione possa spingere oggi una ragazza a prendere i voti. In “Vogliamo anche le rose” (2007), racconta il periodo compreso tra la metà degli anni Sessanta e la fine dei Settanta, cruciale per l’acquisizione dei diritti delle donne.

In “Tutto parla di te” presentato al Festival Internazionale del Film di Roma, Marazzi sperimenta ulteriormente il suo linguaggio, creando un mélange di documentario, film d’ inchiesta e finzione, che esula dall’etichetta “docu-fiction”.

Pauline (Charlotte Rampling) torna a Torino dopo molti anni di assenza. Frequenta il Centro per la maternità, diretto dall’ amica Angela (Maria Grazia Mandruzzato) perché sta prepararando una ricerca sulle esperienze delle madri attuali. Qui incontra Emma (Elena Radonicich), una giovane madre ballerina, con la quale instaura un rapporto inizialmente conflittuale ma poi catartico per entrambe.

Tutto parla di te” propone con molta delicatezza uno sguardo inconsueto sulla maternità, rivelandone gli aspetti ambigui e ambivalenti. A volte la neomamma si sente legata in modo speciale al figlio/a, altre non riconosce questo essere, che dipendendo totalmente da lei, le impone bisogni e ritmi. Un momento si ritrova a cullarlo amorevolmente, l’ altro a pensare disperata che dovrà passare una nuova notte in bianco. Questa altalena di stadi d’animo, unita all’ansia creata dalle aspettative di amici e parenti, può far precipitare le madri più fragili in un cieco tunnel, dove tutto può accadere, compresa la violenza sul proprio bambino.

La storia di Pauline fa riflettere sul fatto che questa contraddittorietà non sia un aspetto nuovo (inaugurato con il delitto di Cogne nel 2002) ma insito nella stessa condizione di madre. La buona maternità non è quindi un istinto naturale e a volte serve necessariamente l’aiuto di qualcuno (meglio professionisti) per superare la depressione post partum. L’anno scorso sono usciti altri due film “Maternity blues” e “Quando la notte”, che trattavano questa tematica (Alina Marazzi ha dichiarato che l’idea del film era nata già quattro anni fa). Forse i tempi sono finalmente maturi per affrontare anche questo tabù.

 

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