Cinema News — 12 agosto 2013

Dopo mesi di attesa, la Camera Obscura distribuisce finalmente in dvd un gioiello del cinema italiano, Un bianco vestito per Marialé (1972) di Romano Scavolini, eccellente esempio di thriller/horror gotico in puro stile anni Settanta. L’estetica dei seventies italiani si differenzia notevolmente dal decennio precedente: più spazio alla violenza e all’erotismo, atmosfere oniriche e sospese nel tempo (grazie all’utilizzo di una fotografia spesso “flou”, di scene al ralenti e di musiche malinconiche e inquietanti con vocalizzi), vicende che sono spesso al confine tra reale e irrazionale. L’elemento fantastico predomina, per esempio, nel capolavoro La morte ha sorriso all’assassino di Aristide Massaccesi, ma ci sono anche una serie di film dove l’horror puro si mescola abilmente col giallo (vedasi il dittico di Miraglia La notte che Evelyn uscì dalla tomba e La dama rossa uccide sette volte): proprio in questo filone si inserisce il film di Scavolini. Dopo un prologo in cui vediamo la piccola Marialé assistere all’omicidio della madre, l’azione si sposta nel castello che sarà il teatro di tutta la vicenda. Marialé (Evelyn Stewart), che soffre di disturbi nervosi e vive segregata dal marito Paolo (Luigi Pistilli), riesce di nascosto a invitare alcuni amici: in seguito a una festa mascherata, dove emergono i conflitti e i lati peggiori di ciascuno, un misterioso assassino inizia a uccidere gli ospiti. Romano Scavolini, conosciuto ai più per l’horror estremo Nightmare (Nightmares in a damaged brain, USA 1981), è in realtà un regista “anarchico” e raffinato, un vero autore in grado di spaziare dal cinema esistenzialista al thriller allo splatter, conferendo sempre uno stile personale e ottime caratterizzazioni dei personaggi. Un bianco vestito per Marialé non fa eccezione in tal senso: come rivela nell’intervista contenuta fra gli extra del dvd, il regista prende in mano la sceneggiatura di Giuseppe Mangione e Remigio Del Grosso (su un soggetto dello stesso Mangione) e la rielabora in senso più psicologico, creando in certi momenti quasi un dramma esistenziale e decadente. Senza rinunciare però alla suspense e all’elemento orrorifico, soprattutto nella seconda parte del film, cioè quando l’assassino inizia a colpire (un po’ sul modello dei Dieci piccoli indiani). Ma l’angoscia è una costante di tutto il film, l’atmosfera che si respira è claustrofobica, inquietante e malata: i rapporti fra gli ospiti sono all’insegna del sospetto (quando non dell’odio), il lugubre castello nasconde segreti in ogni stanza (fantasmi “veri” o della mente?), il macabro è sempre dietro l’angolo, la grandissima e meravigliosa Evelyn Stewart caratterizza con maestria un personaggio psicologicamente instabile (misterioso e quasi “fantasmatico”). Non solo Marialé, ma anche gli altri personaggi sono memorabili, e rivelano un’accurata scelta di casting: il volto severo di Luigi Pistilli per il marito aguzzino, il ghigno inquietante e vampiresco di Gengher Gatti per l’inquietante maggiordomo Osvaldo, e una serie di validi caratteristi per i vari tipi umani che troviamo fra gli ospiti (Ivan Rassimov su tutti). Indimenticabili alcune sequenze: gli omicidi, la visita nel sotterraneo (con gli scheletri e gli oggetti frustati dal vento), la dissacrante festa carnevalesca dove gli ospiti mascherati danno sfogo alle loro pulsioni più inconfessabili. Un bianco vestito per Marialé è ineccepibile anche dal punto di vista stilistico: la fotografia elegante e raffinata è diretta dallo stesso Scavolini (specialista nel settore), in grado di spaziare fra momenti “flou” e altri più nitidi; grande cura anche nella composizione delle inquadrature, che valorizzano al meglio le perfette location del castello; splendide le dolci e malinconiche musiche di Fiorenzo Carpi, con il celebre “tema di Marialé”. Il “bianco vestito” del titolo è quello indossato dalla madre della protagonista al momento dell’uccisione, che la donna conserva nei sotterranei come una reliquia e che tornerà a indossare durante il ricevimento degli ospiti, quasi fosse presaga del ripetersi della tragedia.

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