Archivio film Cinema News — 10 Settembre 2020

L’amore tecnologico e materno. Ovvero Kubrick più Spielberg. E non soltanto per citazioni  ma per precisa scelta dei due registi. Tratto dal racconto di Brian Aldiss “ I supergiocattoli durano tutta l’estate” del ’69, oggetto del desiderio di Kubrick al punto da trarne nei primi anni ottanta uno script completo di oltre seicento illustrazioni, il film viene realizzato da Spielberg per volontà dello stresso Kubrick, ormai impegnato in altri progetti ma ancora una volta geniale nel capire che solo l’autore di “E.T” poteva mettere in scena quelle emozioni da lui a lungo coltivate. Dunque, la semplicità(desichianamente solo apparente) della messinscena spielberghiana complice dell’ineffabile e spietato sguardo sull’umanità dell’autore di “Barry Lyndon”. Ad unire le due visioni un racconto,quello di Aldiss, a sua volta ispirato alla favola delle favole, alla sola possibile Bibbia laica, il “Pinocchio” di Collodi. Sì perché il robot- bambino protagonista del racconto altro non è che la variante futuribile del burattino che vuole diventare umano. Siamo, appunto, in un mondo futuro(prossimo?), le città sono sommerse dalle acque dei ghiacciai scioltisi a causa dell’oramai enorme buco dell’ozono, e la Manhattan spettrale teatro del film, con i suoi grattacieli distrutti e semisommersi, anticipa tragicamente la realtà della cronaca, a conferma che la fantasia  è solo figlia della Storia. Gli abitanti di questo inquietante scenario sono divisi in Orga(gli umani) e Mecha(i robot) con questi ultimi che lavorano senza consumare energie, sollevando così gli umani dalle fatiche della produzione(se Marx avesse soltanto immaginato….) e aiutandoli nel piano della limitazione delle nascite, necessario in un mondo incapace di sostentare nuove generazioni. I Mecha sono il frutto di una tecnologia talmente avanzata il cui ultimo compito è oramai  quello di dargli un’anima. E così il prof. Hobby (cognome che indica metaforicamente una scienza giunta al di sopra del necessario) annuncia la grande invenzione di un bambino- robot capace di amare, cui viene dato il nome non certo casuale di David. Cosa fare di tale prodigio? Semplicemente fargli assolvere il suo compito:amare e farsi amare. Viene  perciò assegnato ad una coppia di umani il cui figlio è in fin di vita. Colmare il vuoto affettivo di una madre, alleviare il suo dolore, tutto ciò rientra fra i compiti assegnati al piccolo Mecha dal suo imprinting. Da questo momento egli non potrà più tornare semplice robot, ma eventualmente rifiutato dalla famiglia dovrà essere riconsegnato alle autorità, che provvederanno alla sua distruzione in nome dell’unicità dell’amore. Tutto calcolato, al millesimo, tranne che trattandosi di  umane cose, un imprevisto è sempre in agguato. In questo caso, il più semplice da immaginarsi e forse per questo trascurato: il sentimento, figlio obbligato dell’amore, quello che il bambino Mecha nutre alla perfezione per la madre, fino a diventare figura ossessiva, financo paurosa perché immediatamente invadente la sfera affettiva dei genitori. La madre decide così di abbandonarlo in un bosco(luogo-emblema di ogni favola che si rispetti) anche per evitare pericoli al figlio “vero” nel frattempo miracolosamente guarito, e per una serie di fatali coincidenze creduto bersaglio della gelosia di David, che invece vuole condividere spasmodicamente il suo amore con tutti. La straziante sequenza dell’abbandono nel bosco, preferito dalla madre alla distruzione del bambino-robot verso il quale essa stessa comincia ad avvertire qualcosa di forte, ci immerge in pieno nell’universo delle paure spielberghiane fatte di abbandoni, fughe, e inseguimenti da incubo; come pure coinvolge la summa teorica kubrickiana sul rapporto uomo-macchina, che a partire dal computer Hal 9000 di “2001: Odissea nello spazio”, il quale morendo acquista una sua umanità, si allarga fino a rovesciare i termini della questione in “Arancia meccanica”, dove l’uomo è ridotto  dallo Stato-Legge a puro automa, così come i soldati di “Full metal jacket”, istruiti fino a diventare macchine belliche. Dunque, risulta facile comprendere come Kubrick si sia convinto che se è possibile per un uomo diventare macchina o amare macchine(in “Orizzonti di gloria” e  ne “Il dottor Stranamore,ovvero…”, i generali amano più i cannoni, i fucili, la trincee, la macchina bellica legata all’atomica, che non gli uomini) allo stesso modo per una macchina è possibile amare, e quindi diventare umana. Tutto ciò riconduce, inoltre, alle presa di posizione di sempre di Kubrick nei confronti del progresso e della tecnologia. Il filo rosso di tutto il suo cinema è, infatti, tracciato dalla follia dell’individuo che segna la propria esistenza con imprese ed atteggiamenti emotivi che non riescono a calcolare le conseguenze cui andranno incontro. Allora, eccoli gli inermi Mecha alla fiera della carne, dove torna l’iconografia spielberghiana dei campi di concentramento di “Schindler’s list”, fatti a pezzi dagli umani per puro divertimento. Un comportamento dietro cui si cela, in realtà, la paura di essere un giorno soppiantati da questi immortali controvoglia. Per la prima volta nell’immaginario collettivo mediatico assistiamo, dunque, alla rivolta degli uomini contro le macchine, logico paradosso di una tecnologia concepita senza morale. E i rottami dei Mecha scaraventati da un camion nella discarica, non possono non ricordare i pupi del pasoliniano”Che cosa sono le nuvole ?”. Oggetti capaci di emozioni, destinati per loro natura al macero, ma capaci di sorprendersi più degli umani, dinnanzi alle nuvole che attraversano il cielo, della << straziante bellezza del creato>>. Sfuggito fortunosamente alla fiera della carne, David prosegue  nel suo viaggio alla ricerca della propria umanità, che lo riporti, stavolta accettato, da sua madre. Approderà a bordo di un sommergibile, erede della balena collodiana, davanti alla statua sommersa e pronta ad andare in frantumi della Fata turchina(ideale materno per eccellenza immerso in una originale ed efficace citazione de “L’Atalante” di Vigo), che nulla può dinnanzi alla sua disperata richiesta di avere una umana identità. Caduto in un sonno lungo duemila anni, il piccolo Mecha al risveglio troverà ad aiutarlo gli androidi nuovi dominatori del pianeta, grazie ai quali riuscirà a vivere il sogno della sua vita:incontrare sua madre ed essere finalmente amato, anche se solo per un giorno. Perché l’amore non ha tempo, vuol soltanto essere conosciuto. L’umana tecnologia che consente agli androidi di riportare in vita la madre è la stessa che Spielberg sperimentò in “Jurassic Park”, ovvero la manipolazione genetica, stavolta fredda tecnica al servizio del cuore. La sequenza finale che sancisce l’incontro tra madre e figlio, imprime negli occhi dello spettatore la sensazione che tutto ciò  che un giorno seguirà l’uomo sarà da questi definitivamente segnato. Perchè il filo invisibile del suo essere stato sopravviverà anche nelle ombre glaciali in cui risiedono gli androidi suoi discendenti, ultimi abitanti del pianeta prima della morte del sole. Madre naturale e figlio artificiale, dunque, come ultima testimonianza della storia umana. Un incontro impossibile che poteva essere realizzato solo da due maestri dell’unico strumento che riesca a materializzare i sogni:il cinema. Ogni inquadratura del film contiene la mente di Kubrick e l’occhio di Spielberg, in una sintesi che è essa stessa prodigio umano e tecnologico.         

 

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