Archivio film Cinema News — 03 novembre 2017

Al giorno d’oggi esiste ancora un profondo pregiudizio verso il “diverso” che purtroppo quasi sempre etichettiamo come una figura nociva per la nostra società, non riuscendo mai a superare i nostri preconcetti verso chi non è “uguale” agli altri e non si identifica in un determinato genere.
Il nuovo film di Sebastian Lelio, regista dell’acclamat
issimo film vincitore dell’Orso D’argento al Festival di Berlino del 2013 uscito nelle sale italiane con il titolo “Gloria”, che torna alla regia con “Una donna fantastica” (presentato al recente Festival di Berlino e premiato come miglior sceneggiatura), racconta proprio la storia nefasta e controversa di un uomo diventato un transessuale di nome Marina, uno diverso per molti, alle prese con un tragico evento: la morte del suo nuovo compagno. Il lutto porterà la protagonista a riflettere sulla sua vita e sul suo passato (da uomo insicuro) sempre pronto ad annientarla.

Marina Vidal si considera a tutti gli effetti una donna, ma l’ambiente (inteso come il nucleo familiare del suo defunto compagno, in special modo: la perfida e irascibile ex moglie e lo scaltro e vendicativo figlio) in cui gravita non riesce ad accettare questo cambiamento fisico denigrandola sia verbalmente che corporalmente, con ogni mezzo a loro disposizione. L’unico componente di quella famiglia disunita e infima che sembrerebbe avere un briciolo di umanità nei suoi confronti, è il fratello del suo fidanzato (interpretato da un carismatico e suadente Luis Gnecco, attore feticcio dell’eccezionale regista Pablo Larrain, qui in veste di produttore del lungometraggio) che cercherà di aiutarla in tutti i modi a superare questo doloroso lutto.
Una donna fantastica di Sebastian Lelio non si pone minimamente come un trattato enciclopedico sul ruolo della donna transessuale, anzi lavorando di sottrazione il più delle volte affronta una realtà assai plausibile scegliendo con grande maestria e furbizia di narrare la vita di una sola donna transessuale, tralasciando tutte le tematiche laterali che avrebbero potuto appesantire un contesto narrativo di per sé limitato, ma non per questo meno affascinate e conturbante.
Questo arduo compito è stato affidato da Lelio, alla sopraffina ed elegante attrice trans Daniela Vega che è riuscita brillantemente a mettere in scena tutte le insicurezze ed ossessioni di una giovane transessuale che vorrebbe avere una vita sicuramente priva di qualsivoglia preoccupazioni, e soprattutto libera da ogni preconcetto insulso.
Lelio conferisce alla sua musa ispiratrice Marina Vidal alias Daniela Vega, in ogni inquadratura, un input variegato e sfaccettato senza mai distogliere lo sguardo da essa, rendendola geniale artefice degli avvenimenti che si susseguono.
Riuscire a mettere in gioco la parte privata dell’attrice per Daniela Vega non deve esser stato affatto facile considerando il ruolo che ha nel film, ma grazie al suo speciale carisma è uscita vittoriosa nell’impresa che per chiunque altra poteva sembrare al limite dell’impossibile.
Difatti “Una donna fantastica” si manifesta a più riprese come un elaborato sull
emblematica ed appariscente personalità della donna-attrice vista, secondo la personalissima cifra stilistica di un regista volto a ricercare la bellezza di quest’ultima con i suoi sguardi ammalianti e imperturbabili.
Una bellezza oserei dire rarissima e disarmante che, nei momenti più concitanti e illusori (vedasi maggiormente nei costanti sogni ed incubi della protagonista, ovvero i vari raccordi apparentemente slegati dal resto del racconto) raggiunge l’unica e vera essenza, di una potenza visiva inenarrabile.
L’ultimo lavoro di Lelio trasuda di grande arte scenica, come se si stesse guardando un’opera teatrale amalgamata secondo i canoni del cinema sentimentale ed emozionale, senza perdere però i contatti con la dura e profonda realtà dei nostri tempi.
Realtà che sembra conoscere piuttosto bene la nostra cara e amata Marina che, non riesce in nessun modo ad riconoscere come tale, dati i tanti soprusi che sta ricevendo (dalle istituzioni e dalla famiglia dannatamente ottusa) per via del suo drastico, ma fondamentale per lei, cambiamento sessuale.

Il titolo Una donna fantastica (in originale Una mujer fantástica) è oltremodo chiarificatore di ciò che lo spettatore si ritroverà davanti, ossia una storia di vita possibile incentrata sua una donna “normale” contestualizzata in una società “anormale” e ostile ad ogni qualsiasi novità socioculturale.
Marina Vidal è una donna fantastica in tutto e per tutto, siamo noi (intesi come società) ad essere meno fantastici. D’altronde noi essere umani abbiamo il diritto – ma non il dovere – di commettere i nostri errori, per poi pentircene immediatamente di averli commessi.
Lelio evita di criticare apertamente questa società perversa e nociva, perché preferisce concentrarsi sul trans e ciò che gli ruota attorno, il restante per il regista serve solo come da cartina tornasole e nulla più.
In Una donna fantastica brilla – senza nessun trucco o espediente narrativo forzato – la sceneggiatura
che egregiamente fa da collante alla sfavillante messa in scena, assolutamente ben orchestrata dal talentuoso e caparbio Sebastian Lelio che magistralmente riesce a catturare ogni sfumatura con una precisione inaudita.
Lelio con il suo ultimo film ha potuto dare sfogo al suo estro visivo, che è evidentissimo nei brevi attimi – ma intensi – onirici dove l’eccezionale Daniela Vega rompe una fittizia quarta parete dialogando a cuore aperto con lo spettatore.
Per molti potrebbe sembrare un mero esercizio di stile Una donna fantastica di Lelio, quando invece in meno di due ore (un’ora e quarantaquattro minuti per la precisione) quest’ultimo racchiude una magnifica e di vitale importanza pagina di cinema. Una grandiosa opera. Un grandioso atto d’amore sconfinato nei confronti del cinema.
Un film del genere richiede solo un necessario elemento da non sottovalutare: una totale immersione con la realtà messa a vostra disposizione, in modo tale da farvi trasportare dalle gradevolissime immagini impresse sullo schermo.



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