Archivio film Cinema News — 12 Novembre 2014

Titolo originale: Serena
Regia: Susanne Bier
Soggetto: Ron Rash
Sceneggiatura: Christopher Kyle
Cast: Jennifer Lawrence, Bradley Cooper, Rhys Ifans, Toby Jones, David Dencik
Fotografia: Morten SØborg
Montaggio: Matthew Newman, Simon Webb
Scenografia: Graeme Purdy
Musiche: Johan Soderqvist
Produzione: 2929 Entertainment
Distribuzione: Eagle Pictures
Nazionalità:
Anno: 2014
Durata: 109 minuti

George Pemberton (Bradley Cooper) si innamora di Serena (Jennifer Lawrence), la sposa e si trasferisce con lei, da Boston, nelle montagne del North Carolina per dedicarsi al commercio del legname. Insieme costruiscono un impero senza evitare di commettere crimini pur di arrivare in cima, sbaragliando con ogni mezzo gli ostacoli. Quando Serena perde il bambino che porta in grembo e scopre di non poterne avere altri, si lega ancora più morbosamente al marito e al loro amore. Il ritorno nel North Carolina di Rachel (Ana Ularu), tempo prima messa incinta da George, con il piccolo Pemberton, aggrava la situazione, che precipita nella follia quando Serena viene a scoprire del bambino.
Dopo il pessimo Love is All you Need, presentato alla 69° mostra del cinema di Venezia con molte attese e liquidato immediatamente per la sua pochezza, Una folle passione conferma la discesa artistica della talentuosa regista danese Susanne Bier, in passato capace di regalare al pubblico ottimi prodotti come Brodre (letteralmente Fratelli ma tradotto malamente con Non desiderare la donna d’altri) e soprattutto il premio Oscar In un mondo migliore, che coincide con il suo sbarco a Hollywood e ai progetti commissionati (questo doveva esser girato da Aronofsky, che ha rifiutato per seguire Noah) . Qui la Bier traspone il bel romanzo Serena di Ron Rash riuscendo a perderne presto il senso di base basato sulla wilderness e sulla lotta dell’uomo per controllare la natura, trasformando una storia da Grande Depressione in un’americanata (nel senso più gretto del termine) boriosa, telefonata, pasticciona. Boriosa perché non appassiona (intento dichiarato anche nella brutta traduzione italiana del titolo) e, anzi, fa pesare ogni minuto dei 109 che costituiscono il film come un’incudine, causa anche una sceneggiatura debole e poco ispirata. Telefonata perché scivola via verso un finale chiaro dai primissimi minuti senza un colpo di scena, un’impennata d’orgoglio. Pasticciona per come mescola tematiche (l’amore che diventa follia, il disboscamento, la lotta uomo- natura) senza controllarne neanche una ma cercando lo stesso di trattarle tutte finendo inesorabilmente per creare un minestrone indigeribile. Anche gli attori principali sono poco ispirati e non riescono a dare brio alla pellicola; si salva il comprimario Rhys Ifans, che dai tempi di Notting Hill non delude mai. Male la fredda fotografia di Morten SØborg che, come già in Valhalla Rising di Refn, non riesce a trasportare nella videocamera la grandiosità e la bellezza della natura (si può fare, vedere Lubezki in The New Word di Malick). Sullo stesso tema recuperate The Shape of Night (Yoru No Henrin) del giapponese Noboru Nakamura, per capire che se vengono trattati con grazia e poesia, certi temi pesanti possono volare.

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