Cinema News — 14 settembre 2013

Stati Uniti, 2012

Cast: Philip Seymour Hoffman, Christopher Walken, Mark Ivanir, Catherine Keener

Durata: 105’

Distribuzione: Good Films

New York. Quattro musicisti suonano sul palco dell’Auditorium Grace Rainey Rogers del Metropolitan Museum of Art. Due violini, una viola, un violoncello: la formazione classica di un quartetto d’archi. Trasportati dalla perfezione formale dell’esecuzione, lasciamo che la musica li trasfiguri ai nostri occhi. Chi è in grado di resuscitare con la sua arte la sovrumana forza di Beethoven, rasenta il divino. Per i cultori del genere, un grande musicista classico è come un vate, un profeta, in grado di avvicinarci a una dimensione metafisica.

Ebbene, il regista e sceneggiatore israelo-americano Yaron Zilberman è qui per raccontarci l’altro lato della medaglia. Per accendere i riflettori sulle dinamiche psicologiche, molto umane, che possono agitare i componenti di un quartetto musicale ed esplodere da un momento all’altro, come un fulmine a ciel sereno. A differenza di molti titoli italiani – spesso inadeguati – in questo caso Una fragile armonia è una sintesi perfetta, quasi migliore del titolo originale (A Late Quartet).

Il violoncellista Peter Mitchell (Walken), la viola Juliette Gelbart (Keener) e i due violini Daniel Lerner (Ivanir) e Robert Gelbart (Seymour Hoffman) suonano insieme da quasi un quarto di secolo. Oltre al lavoro, li unisce un forte legame di amicizia e di stima reciproca, cresciuto durante gli anni trascorsi insieme in tournée, in giro per il mondo. Complice il quartetto, fra Juliette e Robert è scoccato l’amore: sono felicemente sposati e genitori di Alexandra (Imogen Poots), un’irrequieta ventenne che studia il violino. Lo scenario è apparentemente idilliaco. La loro venticinquesima stagione concertistica si prospetta come un trionfo annunciato, quando d’improvviso Peter scopre nelle sue mani tremanti i primi sintomi del morbo di Parkinson. La prospettiva del ritiro del musicista più anziano, che è stato anche il catalizzatore del gruppo, scoperchia un vaso di Pandora. Emergono ambizioni frustrate, gelosie, solitudini e le tensioni che agitano l’unica coppia del quartetto finiscono per avere conseguenze nefaste su tutti e persino sulla loro inossidabile collaborazione professionale.

Zilberman, che è al suo primo film – ma ha già vinto un Oscar con il documentario Watermarks – riesce con efficacia a mettere tutti i protagonisti sul divano dello psicanalista. Al centro del film, pone l’esecuzione dell’opera n.131 in Do diesis minore di Beethoven, scelta dal quartetto per il loro ultimo concerto insieme. La metafora forse non è immediata per chi non conosce Beethoven, ma si può intuire dalle spiegazioni che ne danno i personaggi. Questa pièce ha sette tempi, contro i quattro convenzionali, e non ammette pause. Il che significa che durante l’esecuzione i musicisti non possono accordare i loro strumenti. E dunque sono destinati, volutamente, al rischio di stonare. Non è così anche la vita? Anche le relazioni, persino le più collaudate e di vecchia data, possono stonare, scricchiolare. Una fragile armonia finisce per essere uno specchio dei rapporti umani, una riflessione sugli errori e sulla volontà di ricostruire. Con la consapevolezza che il cambiamento comporta sempre un prezzo da pagare.

Una curiosità. Sono parecchie le parti in cui i protagonisti sono chiamati a suonare i loro strumenti, sul palco o durante le prove. A detta di un violinista che ha visto il film, il risultato è visibilmente imperfetto. Poco male: per gli spettatori profani, il Fugue String Quartet ha felicemente i volti di quattro attori di grande bravura, anche nell’emulare i gesti di un musicista. Ma è giusto ricordare che la vera colonna sonora è del noto Brentano Quartet (http://brentanoquartet.com/).


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