Archivio film Cinema Eventi News — 18 novembre 2017

Titolo: Una strega in paradiso

Titolo originale: Bell, book and candle

Regia: Richard Quine

Sceneggiatura: Daniel Taradash

Cast: Kim Novak, James Stewart, Jack Lemmon, Ernie Kovacs, Hermione Gingold, Elsa Lanchester

Fotografia: James Wong Howe

Musiche: George Duning

Produzione: Columbia Pictures

Anno: 1958

Durata 103 minuti

 

Lo sguardo gelido, impassibile, ipnotico di Kim Novak basterebbe – e basta in effetti – a rendere intramontabile una commedia come tante, piacevole e leggera (come tante), prodotta sul calare della grande epoca d’oro della Hollywood classica, da quella macchina ormai arrugginita e vicina al rottamo che era lo Studio System accompagnato da tutti i suoi derivati. Gli occhi della Novak, in quasi perfetta simmetria con quelli del gatto che tiene in braccio, ammaliano James Stewart e con esso il pubblico in completa adorazione di una bellezza tanto eterea e spigolosa. Gatto e donna divengono due maschere, vicine alla sovrapposizione, facciate dietro alle quali si nascondono segreti scomodi e misteri, trucchi ed illusioni di cristallo pronti a spezzarsi e a lasciarsi pervadere dai sentimenti.

L’indelebile ricordo di Una strega in paradiso sta proprio in questo frame, che non a caso quest’anno è stato scelto come locandina della 35esima edizione del Torino Film Festival (24 novembre – 2 dicembre), manifestazione che ogni anno porta in Italia alcuni tra i più interessanti prodotti in circolazione, dando ampio spazio, nella sezione in concorso, alle opere prime e seconde di registi esordienti.

 

Tornando alla pellicola del 1958 diretta da Richard Quine, si può parlare di una classica commedia frizzante, opacizzata dai tempi che cambiano e dalla vicina crisi del divismo hollywoodiano, in cui umorismo e comicità vengono trainati dal filo conduttore della magia e della stregoneria: Gil è una strega che, per nascondere la sua vera natura agli umani, porta avanti in solitario un’attività d’antiquaria di arte primitiva. La vigilia di Natale – giorno in cui comincia la narrazione – Gil, vedendo passare l’inquilino del primo piano del suo palazzo, confida al suo gatto Cagliosto, spirito guida della strega, quanto vorrebbe poter conoscere l’uomo e poter vivere una vita normale insieme a lui. Detto fatto: una serie di divertenti e magici accadimenti – fatture, filtri, oggetti incantati – operati anche dalla zia e del fratello di Gil, finiranno per avvicinare l’editore Shep Henderson alla giovane strega, tanto da innamorarsene.

Ancora conservatori di quell’allure altoborghese della New York anni Cinquanta, scena e personaggi sono interamente avvolti dal perbenismo che il cinema doveva mettere in scena. La commedia sul grande schermo è fatta per ridere e sorridere delle frivolezze e delle stravaganti idee di una classe medio-alata cresciuta nell’agio, stereotipata e mediamente omologata. Quindi, al diavolo tutte le leggende sulle streghe: vecchie, brutte, intrattabili, sporche, non curate, abitanti di antri bui e sporchi, la strega del XX secolo vive negli agi, va al college, è colta, indipendente e maliziosa, maliziosa di quella malizia pura e tipicamente femminile, mai sguaiata o volgare. La donna comincia ad ottenere una centralità, ancora un po’ statica, ma attiva. Non è oggetto conteso tra gli uomini, non è una marionetta nelle loro mani, non è una spalla divertente e un po’ goffa. L’umorismo, l’ironia, la goliardia appartengono all’uomo, in particolar moda a chi è in seconda posizione. Non a caso la vera “forza della natura” è incarnata da Nic, il personaggio interpretato da Jack Lemmon, che si trova a dover reggere sulle proprie spalle una comicità del tutto estranea a due “divi da film d’autore” – e ovviamente per autore si intende Alfred Hitchcock.

Della magia vengono presi in considerazione tutti quei luoghi comuni – questi sì appartenenti alla leggenda popolare – che sortiscono un contagioso sorriso, elementi così improbabili da rendere la finzione divertente e credibile nella sua stravaganza: un esempio su tutti è l’inchiostro spennellato su una fotografia per evocare la persona prescelta, o un telefono incantato che emette strani rumori di origine umana e non metallica. Un film come quello di Quine apre la strada ad una lunga e fortunata serie di prodotti, soprattutto televisivi, che a partire dagli anni Sessanta creeranno una fidelizzazione del pubblico medio; pensiamo a Vita da strega o Strega per amore che, proprio come nel film in cui la Novak vestire i panni dell’assoluta protagonista, vedono una donna dotata di poteri magici irrompere e cambiare la vita di uomini qualunque, più imbranati e meno latin lover del personaggio di Stewart.

Un film da rivedere, un affresco frizzante di un cinema leggero e svagato, lontano da ogni morale o pretenzioso intento sociale ed intellettuale, un cinema “bello” da riscoprire e mostrare alle nuove e giovani generazioni per insegnar loro che non sempre deve esserci un messaggio, come oggi la settima ostenta e vuol far credere.

 

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