Cinema News — 25 gennaio 2013

TITOLO: Vallanzasca – Gli angeli del male

ANNO: 2010, Italia

DURATA: 125 min.

GENERE: Drammatico

REGIA: Michele Placido

CAST: Kim Rossi Stuart, Valeria Solarino, Filippo Timi, Moritz Bleibtreu, Francesco Scianna, Paz Vega

C’è chi nasce scarafaggio, chi scienziato, chi Santa Maria Teresa di Calcutta … io sono nato per fare il ladro”. Quando il bel Renè andava in giro per Milano con la banda della Comasina a far disastri, per dirla alla sua maniera, non aveva ancora trent’anni. Rapine, omicidi, sequestri, ma anche fughe ed evasioni che hanno portato Renato Vallanzasca a dover scontare quattro ergastoli e 260 anni di carcere; dopo 40 anni di detenzione ha ottenuto il permesso per uscire e lavorare durante il giorno. È il bandito dagli occhi di ghiaccio il protagonista del film di Michele Placido, “Vallanzasca, gli angeli del male”, uscito nelle sale italiane nel 2010 tra polemiche e severe critiche; liberamente tratto da “Il fiore del male” di Carlo Bonini e Renato Vallanzasca, edito da Marco Tropea Editore, e “Lettera a Renato” di Renato Vallanzasca e Antonella D’Agostino, edito da Cosmopoli.

Giunto alla sua nona regia, Placido gira un poliziesco crudo e viscerale, in cui tratteggia sapientemente la figura del bandito milanese. Senza mai peccare di eccessi, senza indulgere in eroismi o ritratti psicologici da manuale, il regista pugliese riesce a dosare i molteplici aspetti della personalità di Renato Vallanzasca. Fino alla metà degli anni settanta Milano era la capitale del crimine, la mala milanese vantava tra i suoi rappresentanti di spicco nomi come Luciano Lutrig, la feroce banda Cavallero, Francis Turatello e Renato Vallanzasca con i suoi della Comasina. Dolore e sangue, tanto sangue scorreva in quegli anni, gli anni delle bande. I criminali, organizzati in batterie, si facevano la guerra; il cielo su Milano era di piombo, ma di certo l’ispettore Callaghan non poteva essere d’aiuto a nessuno, e mentre Giorgio Scerbanenco ne scriveva le gesta, non poi così eroiche, i capi incontrastati della città, coloro che dettavano legge, erano i gangster della mala.

Renato Vallanzasca si muoveva nella nebbia densa di quella Milano calibro 9, giovane e inquieto; veniva dalla ligera, la malavita del Giambellino, un quartiere popolare a sud-ovest della metropoli meneghina, ed a soli 15 anni possedeva tre pistole. Sciupafemmine e personaggio dal grande carisma, negli anni settanta non si sottraeva all’enfasi mediatica, offrendosi a radio e giornalisti, con la sua strafottenza, sfidando a testa alto lo Stato e le istituzioni, come quando rilasciò la storica intervista a Radio Popolare, poco dopo la sua evasione nel porto di Genova. La descrizione fatta da Placido del bandito del Giambellino è fredda e cruda, forse troppo, almeno a detta dello stesso Vallanzasca. Kim Rossi Stuart, che lo interpreta in maniera magistrale, fa rivivere il gangster metropolitano scoprendo i nervi, con la sfrontatezza e la spavalderia che lo distinguevano dal resto della criminalità dell’epoca e che lo hanno reso un personaggio unico. Placido e Rossi Stuart, coautore del film, dipingono il ritratto di un personaggio fatto di contraddizioni, sempre in bilico tra l’efferatezza dei suoi crimini e l’umanità di un ragazzo che amava la bella vita, i soldi e le donne, capace di intessere forti amicizie, come quella con Francis Turatello, detto “Faccia D’Angelo”, mostrando tenui barlumi di umanità.

Il regista foggiano, con “Vallanzasca, gli angeli del male”, riporta in auge quel cinema civile, che fu di Rosi, mostrando un lato della storia italiana dimenticato troppo in fretta, con uno sguardo rivolto ai poliziotteschi italiani degli anni ’70 ed al polar francese. Una regia minimalista, asciutta, ma efficace, scevra da manierismi ridondanti e con un’ottima ricostruzione dell’epoca grazie soprattutto ad una fotografia tonale che abbonda in tinte gelide che virano dal verde al blu; tagliente come la trama narrativa, che vanta un buon ritmo e che non annoia lo spettatore. I samurai di Melville sono lontani, così come il milieu; a Placido interessa ricreare l’atmosfera dei tempi raccontati, è attento al décor, alle mode, alla foggia dei vestiti, ed a mantenere alta la tensione, che non scema mai, rimane costante durante il film, forse senza però mai raggiungere un climax vero e proprio. I riferimenti filmici e stilistici non latitano, la mente corre al minimalismo di Banditi a Milano di Carlo Lizzani e alla sua matrice spiccatamente neorealista, dal taglio documentaristico, nel dialogo continuo tra narrazione filmica e spaccati di storia del Belpaese. Placido in questo film dal taglio esterofilo non manca di rivolgere la sua attenzione anche al noir francese, con echi che arrivano dal polar tagliente di Jean-François Richet e dal suo dittico incentrato su Mesrine (Nemico pubblico n°1 – L’istinto di morte e Nemico pubblico n°1 – L’ora della fuga), crime story e biopic allo stesso tempo, centrato sulla figura guascona e tumultuosa di un criminale che, come Vallanzasca in Italia, caratterizzò un’epoca. Il regista si avvale di un cast di tutto rispetto, oltre all’ottimo Stuart, il Freddo nell’opera precedente di Placido Romanzo Criminale, si distingue anche un superlativo e credibile Filippo Timi, nei panni di Enzo, amico d’infanzia e compagno di “rape” di Vallanzasca; notevole anche l’interpretazione di Paz Vega, che impersona l’amica di sempre, l’attuale moglie del criminale, Antonella D’Agostino.

In molti hanno gridato allo scandalo nei confronti di questo film, visto come apologia e glorificazione di un criminale. Sono critiche comprensibili, soprattutto quelle mosse dai famigliari delle vittime; il film esplora un pezzo di storia recente che ha lasciato profonde ferite ed alcune non rimarginabili, centrando la sua attenzione sulla vita di una persona che pure ha ammesso di avere “un lato oscuro un po’ pronunciato”.

Con “Vallanzasca, Gli angeli del male”, Michele Placido prosegue il viaggio intrapreso con Romanzo Criminale, che si reggeva sulla solida scrittura del libro di Giancarlo De Cataldo; qui la mdp e lo sguardo dello spettatore sono totalmente rapiti dalla magniloquenza attoriale del bravo Kim Rossi Stuart, che dà vita, carattere e spessore, forse riabilitandolo, ad un truand. Come scrive nei suoi libri Joseph Pistone, alias Donnie Brasco, “i criminali non sono mai affascinanti come nei film” e questo gangster movie di Placido è comunque un bel film, girato ed interpretato con maestria e scevro da esaltazioni e santificazioni.

Mariangela Sansone

Voto: 8

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