Archivio film Biopic Cinema Eventi News — 15 Gennaio 2019

Titolo originale: At Eternity’s Gate
Regia: Julian Schnabel
Cast: Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac, Mads Mikkelsen, Emmanuelle Seigner
Genere: Biografico/ Drammatico
Durata: 110 min
Anno: 2018

Vincent Van Gogh è ormai un personaggio mitologico, e non è un’esagerazione. Mitico perché disturbato, difficile, geniale e chiacchierato. Girano storie e leggende sul suo conto e sulle patologie che lo affliggevano, sulla sua arte mai riconosciuta in vita, sul rapporto con Gauguin e con suo fratello Theo. Inoltre, come se ciò non bastasse è diventato inflazionato nel mondo del cinema: da Loving Vincent a Van Gogh, tra il grano e il cielo, l’abbiamo visto già due volte sul grande schermo in nemmeno due anni. Questo non ha fermato Julian Schnabel che, dopo Basquiat del 1996, torna, in Van Gogh – sulla soglia dell’eternità, a parlare di arte pittorica e di come questa divenga fonte di vita nei cuori di quegli uomini che tramite essa lasciano la loro firma immortale

Vincent Van Gogh, stanco di essere incompreso e sempre più destabilizzato dal grigiore di Parigi, su consiglio di suo fratello Theo, si trasferisce ad Arles per poter beneficiare della luce del sole e della magia della natura. Qui, nella casa gialla, perfeziona la sua pittura fatta di pennellate nette e veloci, ma inizia anche la sua discesa verso quel buio che lo porta ai ricoveri e all’essere bandito dalla cittadina che gli è stata fonte di ispirazione.

Tralasciando l’infanzia e gli anni parigini, Schnabel si addentra nella vita del pittore olandese senza dimenticare nessuna fase successiva della sua travagliata esistenza. Nonostante sia un’operazione filologicamente ammirevole con a disposizione una mole di materiale più che abbondante, l’operazione di selezione e di incastro dei frammenti biografici tende a diventare un po’ troppo didascalica e pretenziosa nel voler urlare al suo pubblico: “Ve lo faccio conoscere io il vero Van Gogh.” Non a caso il film si regge, almeno dal punto di vista narrativo, su una manciata di frasi ad effetto snocciolate qua e la come degli oracoli di Delfi con lo scopo di rammentare il potere salvifico della pittura. Parole al vento, l’emozione che dovrebbe arrivare non passa, si schianta contro una barriera di neutralità un po’ fredda e un po’ anonima. L’emozione sembra essere imprigionata in qualche recondito angolo dello sguardo triste di Defoe, e non sapere come venir fuori.
Van Gogh, protagonista indiscusso della scena, è circondato da un gruppo di personaggi secondari, che dovrebbero avere un ruolo decisamente rilevante, anche solo per lo spazio ingombrante che occupano nella biografia del pittore, e che invece sono ridotte a squallide figurette bigie che timidamente alzano la voce per far spiccare per qualche rapido istante la loro presenza. A fare eccezione tra questi, fortunatamente, interviene il prete interpretato da Mikkelsen che sembra giovare regalando una posticcia parvenza di profondità con una conversazione screziata di tinte filosofiche sul ruolo dell’uomo e quello assegnatogli da Dio.
In opposizione ad una struttura narrativa debole, si oppone una regia interessante, schizofrenica e anticonvenzionale per un film biografico. L’uso di soggettive sporche e tremolanti – che viaggiano sull’onda di un realismo ricercato in regia come in pittura – creano il solo contatto empatico possibile con Vincent, e aiutano al meglio a comprendere la sua posizione e il suo punto di vista. La ricerca della magia della natura, del giallo del grano, della luminosità del sole, della bellezza silenziosa e mutevole del paesaggio vengono catturati ed esposti trionfalmente in accompagnamento ad una musica leggera simbiotica e avvolgente. La limpidezza dell’anima sta nell’immagine e forse nella pace, nel dolore e nella malinconia che essa sa esprimere; è dunque corretto dire che Schnabel, da più estro al suo essere pittore che al suo essere regista.

Van Gogh – sulla soglia dell’eternità è una perenne incongruenza, un voler alternare una narrazione in prima persona che vede la vita scivolare via attraverso gli occhi dello stesso Van Gogh, ad una fredda e canonica extradiegetica, scialba e poco funzionale. Voler puntare troppo in alto, o non saper scegliere, o ancora essere confusi, o dividersi tra due professioni non aiuta a mettere insieme un film coerente ed equilibrato. Alternare vette ad abissi è un gioco al massacro che rischia di decimare tutte le belle intuizioni, stipandole nel cantuccio dove si accumulano i residui bellici delle operazioni fallimentari.
La speranza, arrivati a questa conclusione, è che l’amore immortale ed eterno per Van Gogh perdoni uno scivolone maldestro e continui il suo corso con un sorriso bonario per un autore che ha peccato di hỳbris.

Questo biopic è valso a Willem Dafoe la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile a Venezia 2018

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