Cinema News — 05 novembre 2012

Tra le decine di remake prodotti negli ultimi anni, Vanilla Sky può vantare il curioso record di essere il remake più veloce del cinema: solo quattro anni separano, infatti, il prototipo firmato da Alejandro Amenabar e il film di Cameron Crowe che, come ciliegina sulla torta, decide addirittura di affidare a Penelope Cruz la stessa parte che l’attrice spagnola ricopriva nel film del regista spagnolo. Scelte curiose, senza dubbio, che però lasciano un dubbio (o sospetto?): la volontà del regista americano di rieditare un’opera già completa e di pregevolissima fattura come Apri gli occhi, potrebbe essere soltanto un bieco tentativo di monetizzare una brillante idea sfuggita non si sa come alle distribuzioni di mezzo mondo?

Questo è certamente un dubbio che un po’ tormenta lo spettatore di Vanilla Sky, tenendo soprattutto in considerazione che il plot è praticamente uguale in tutto e per tutto al prototipo. Se rileggere un film significa ricopiarlo, inserendo magari nella storia un po’ di ironia di bassa lena e la maschera a tratti giullaresca di un sex symbol come Tom Cruise o il fascino ammaliante di Cameron Diaz, allora che senso ha? Un remake in teoria avrebbe lo scopo, quasi il dovere, di provare a migliorare un film, di rileggerlo magari da una prospettiva diversa, di reinterpretarlo, di dare allo spettatore un nuovo punto di vista, e invece nel film di Crowe niente di tutto ciò è presente. Ma le responsabilità probabilmente non cadono solo sul regista, in fondo lui ha solo svolto furbescamente il suo mestiere, quanto invece sullo spettatore stesso che, succube ormai della curiosità, del grande nome e della pubblicità martellante, non fa altro che agevolare ciò che le grandi case di produzioni vogliono e cioè “cannibalizzare” il mercato del cinema, tirare fuori dei capolavori “blockbuster” anche dai bidoni più vuoti e pesanti. Tutto ciò che Crowe ha fatto è stato cercare di attualizzare e importare la storia di Apri gli occhi, trasferendo vicende e personaggi dalla latina e calda Madrid alla tentacolare e fredda New York in un processo che non ha fatto altro che sminuire ancora di più Vanilla Sky, senza neppure riuscire a individuare e “aggiustare” l’unico punto debole della pellicola di Amenabar e cioè la macchinosità e la lentezza delle prime sequenze del film (che possono confondere lo spettatore) lasciando tutto esattamente com’era; al contrario, invece, di quanto ha fatto con la colonna sonora che risulta essere l’unico punto di forza del film grazie all’inserimento di vere e proprie hit perfettamente adatte a fare da contorno alla bellezza e al fascino di Cruise e della Cruz.

I sogni, come si sa, sono parte integrante della vita di tutti gli uomini, a volte aiutano e a volte condannano, ma loro sono sempre lì, pronti ad avvolgerti e a trascinarti in un altro mondo che Freud definiva “la proiezione dei nostri desideri più nascosti”, e forse in definitiva aveva ragione. Chi non ha mai sognato di essere bello, ricco e potente come i personaggi di Apri gli occhi e Vanilla Sky? Uno, Cesar/Eduardo Noriega, giovane e miliardario ristoratore col vizio delle donne e della bella vita; l’altro, David/Tom Cruise, rampante editore che ha ereditato un impero dal padre, combattuto tra il sogno della donna ideale e il poter avere un’amante a notte. Le loro vite sono apparentemente perfette, scandite solo da momenti felici e solo nei sogni peggiori potrebbero cambiare… ma chi dice che i sogni (e quindi gli incubi) non si avverano mai? D’altronde lo stesso David/Cruise lo dice: “E se ci fosse un errore? E se il sogno si trasformasse in incubo?” E così, una mattina come tante, eccoli in macchina insieme all’amante di turno, innamoratissima e per questo altrettanto pericolosa per la loro vita libera e felice, che in un estremo gesto di disperazione e di amore, decide di farli avverare questi terribili sogni andandosi a schiantare con l’auto a folle velocità. È un attimo, una frazione di secondo che cambierà per sempre la vita dei due protagonisti, che gli fa pensare “se non fossi salito su quella macchina…” un po’ come accadeva a Gwyneth Paltrow in Sliding doors: qui la porta della metropolitana è rappresentata da quell’annuire, quel sorriso che porta i due protagonisti a salire sull’auto che segnerà il loro ultimo viaggio in questo mondo e l’inizio di una vita in un altro, quello dei condannati, degli emarginati, dei derelitti, di coloro che preferiscono andare in giro con una maschera, o protesi facciale che dir si voglia, pur di nascondere il proprio aspetto deturpato e orribilmente sfigurato. Un attimo durante il quale i due ragazzi vedono scorrere davanti agli occhi tutta la loro vita, in cui i peggiori spettri gli si materializzano improvvisamente davanti e in cui il vitale gesto quotidiano di strapparsi via un capello bianco acquista una dimensione così insignificante da far sorridere. Ma la vita, come detto sopra, è un sogno, un’affacciata alla finestra, ed eccoli così risvegliarsi la mattina dopo belli, ricchi e potenti come prima… ma sarà poi vero o si tratta ancora una volta di un semplice sogno?

Che il parallelismo tra sogno e realtà, tra vita reale e vita onirica sia elemento pregnante sia di Apri gli occhi che di Vanilla Sky è assolutamente fuor di dubbio, come dimostrano le prime sequenze di ambedue i film, quando i due nostri eroi si ritrovano per le strade delle loro amate città deserte. Certo, vedere la fiammeggiante Ferrari di David/Cruise aggirarsi per le vie di una New York quasi post-apocalittica fa più impressione che vedere il mitico Maggiolino di Cesar/Noriega scorazzare libero per Madrid, ma ciò che conta è che questo incredibile sogno alla fine non è altro che una sorta di preconizzazione di ciò che i protagonisti stessi vorrebbero accadesse dopo essere rimasti terribilmente sfigurati a causa dell’incidente. Il loro unico sogno, infatti, diventa non più vivere la vita divertendosi, fare l’amore con una donna diversa ogni notte, ma sparire (o far sparire gli altri!), diventare invisibili ed evitare così di incrociare gli sguardi di pietà e di compassione o peggio di ribrezzo della gente. E così come il film si apre con un sogno, il finale rappresenta l’ideale chiusura del cerchio e la dimostrazione di come il sogno sì regala un attimo di felicità ma alla fine è sempre meglio vivere una vita vera fatta magari di sofferenza che una vita falsa fatta di effimera gioia.

Dopo un lungo giro, sorprese e colpi di scena continui, ci si ritrova tutti in cima a un palazzo, a un’altezza da capogiro dove i protagonisti dovranno decidere cosa fare della propria vita, se continuare a mentire a se stessi o affrontare le difficoltà con coraggio, in due parole se essere felici ma morti o infelici ma vivi. È una scelta dura, una di quelle davanti alla quale spesso la vita ti mette: da una parte Cesar e David hanno i loro amici, il loro amore ideale, una vita tranquilla che possono governare semplicemente con un pensiero o un desiderio (“Hai pagato per vivere quello che volevi […], il tuo inferno te lo sei inventato tu”), e dall’altro un volo di centinaia di metri che non rappresenta solo l’affrontare la loro ultima paura (il vuoto), ma anche e soprattutto la via per risvegliarsi in un mondo che non sarà più quello che ricordano ma che forse potrà restituirgli ciò per cui avevano scelto di morire. La loro scelta sarà quella di gettarsi giù, di saltare il fosso in un ultimo disperato tentativo di riappropriarsi della propria vita, di riavere il controllo su se stessi e di riuscire finalmente a vedere la vita da un altro punto di vista.

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