Archivio film Cinema News — 12 settembre 2015

Titolo: Non essere cattivo
Regia: Claudio Caligari
Sceneggiatura: Claudio Caligari, Francesca Serafini, Giordano Meacci
Cast: Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Silvia D’Amico, Roberta Mattei
Fotografia:Maurizio Calvesi
Montaggio: Mauro Bonanni
Scenografia:Giada Calabria
Musiche: Riccardo Sinigallia
Produzione: Kimerafilm, TaoDue Film, Rai Cinema, Andrea Leone Films, con il contributo del MiBACT, in associazione con Ifitalia Gruppo BNP Paribas
Distribuzione: Good Films
Nazionalità: Italia
Anno: 2015
Durata: 127 minuti

Ostia anni ’90. Amici fraterni fin dall’infanzia, Cesare e Vittorio sono due sbandati tossicodipendenti, dediti allo spaccio di sostanze stupefacenti a Ostia. Ad un certo punto il loro rapporto muta, quando il più riflessivo Cesare tenta di iniziare una vita normale consacrata al lavoro in un cantiere e alla famiglia.
Mentre molti registi della sua generazione raccontavano l’Italietta radical chic, Claudio Caligari con coerenza esemplare ha imperniato la sua esigua ma rigorosa filmografia sulle vite dei marginali, andando orgogliosamente controcorrente tramite una poetica neorealistica, cruda e romantica senza melensaggini, dove prendeva posizione contro il malessere giovanile, le istituzioni e le convenzioni della nostra società, secondo un nichilismo più sentito che artefatto. L’autore coglieva nel suo cinema scomodo insomma la vita a 360 gradi; ma oltre i regionalismi e la concitazione che vivacizzano i personaggi Non essere cattivo è tuttavia anche un cinema del silenzio, della meditazione e dell’osservazione taciturna e meravigliata: pensiamo al rapporto fra Cesare e sua nipote Deborah, che ha contratto l’AIDS dalla madre scomparsa o quando Cesare si punge con una siringa sulla spiaggia, mentre gioca al pallone e aspetta al varco i tossici per punirli. Oppure alla soggettiva allucinatoria di uno strafatto Vittorio sull’umanità circense e fantastica (v. la sirena) che scende dal bus dal piglio felliniano. Le sequenze sono ritmate dai campi lunghi o lunghissimi, così come le sue inquadrature sono paesaggi, campi totali e piani medi. Questa “estetica della vita” non poteva trovare contenitore più adatto di questa fotografia essenziale, elementare sia dal punto di vista tecnico che stilistico. La fotografia nel film è un haiku verista. Il ricorso all’haiku, o ad una forma che possiamo definire equivalente, consente all’autore di esaltare la rarefazione dell’ambiente e di lasciarci osservare quei piccoli dettagli che donano al tutto un aspetto universale, esistenziale, dove il territorio è sempre lo stesso: Ostia e le borgate.
Non essere cattivo, suo terzo lungometraggio di finzione, resterà il suo testamento artistico e sull’onda della commozione suscitata dalla scomparsa del regista e della tenacia dell’amico Valerio Mastandrea, che ha lottato strenuamente per completare l’opera, ci troviamo a scrivere su un autore che ci mancherà tantissimo. Le strade tagliano le inquadrature; solitarie vie solcate da altrettanto solitari giovani senza futuro, personaggi minuscoli che si fondono nell’insieme, come un dettaglio da custodire gelosamente. Lo vediamo quando i due protagonisti e la combriccola del brutto bighellonano al chiosco, in attesa de nuovi affari sporchi, che si profilano all’orizzonte. Quella spacciata da Cesare è la “cocaina frizzantina” che apre le porte dell’abisso incombente. Non sappiamo mai dove cominciano queste vie, non conosciamo la loro destinazione, così come il racconto filmico ci lascia sempre in una strana situazione di sospensione. La stessa tregua che raggiunge Cesare nella casa diroccata dove si stabilirà con la compagna. La stessa straniante attesa che provano i due protagonisti, quando attendono invano i tossici sulla spiaggia.
La strada allora diventa una metafora della vita, vista come un’entità che progredisce e che per questo porta inesorabilmente verso una fine, la morte.
Le strade di Caligari sono sempre perdute, con un paesaggio con un carattere fortemente straniante, deviato (la casa del transgender Samatha) e decentrato (piazzuole di sosta, cantieri e chioschi).
Una delle immagini finali ci presenta Vittorio che ritrova la compagna di Cesare con il suo bambino piccolo. Questa è la perfetta metafora della vita secondo il Caligari: si può sopportare il reale privo di senso della vita? La morte è di un marginale non è distruzione della vita, ma un nome della vita. La vita è accolta in toto non è il fondamento di se stessa, è fatta di quello che gli altri ci hanno lasciato. La nuova vita di Vittorio ci ricorda quella frase di Freud dove se un fiore fiorisce in una sola notte, non per questo la sua fioritura ci appare meno splendida.

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *