Archivio film Cinema News — 01 aprile 2015

Titolo originale: Visage

Regia: Tsai Ming Liang

Soggetto: Tsai Ming Liang

Sceneggiatura: Tsai Ming Liang

Cast: Lee Kang Sheng, Fanny Ardant, Laetitia Casta, Jean Pierre Léaud, Jeanne Moreau

Fotografia: Liao Pen Jung

Montaggio: Jacques Comets

Scenografia: Patrick Dechesne, Alain-Pascal Housiaux, Lee Tien-Chueh

Musiche: Roberto Van Eijden, Tang Hsiang-Chu, Jean Mallet, Philippe Baudhuin

Produzione: Jacques Bidou, Marianne Dumoulin, JBA Production, Homegreen Films, Tarantula

Distribuzione:

Nazionalità: Taiwan, Francia, Belgio

Anno: 2009

Durata: 141 min.

Il regista Taiwanese Tsai Ming Liang viene scelto per dirigere un film sulla storia di Salomè all’interno del Museo del Louvre. L’unica sua esplicita richiesta è che la parte di Erode sia affidata al celebre Jean Pierre Léaud, l’Antoine Doinel de I quattrocento colpi. La produzione cerca poi di affidare a una famosissima attrice francese (Laetitia Casta) il ruolo di Salomè, tanto per richiamare più gente possibile e ottenere un risultato almeno soddisfacente al botteghino. Il lavoro prosegue con lentezza e fatica, sia per la difficile gestione degli attori, sia per l’improvvisa morte della madre del regista.

Con Visage (in concorso al Festival di Cannes del 2009) Tsai Ming Liang si addentra nel rischioso sentiero del meta cinema autoreferenziale, strutturando in questo senso un film a più piani di lettura. C’è prima di tutto la scelta del solito Lee Kang Sheng che, stavolta, in una sorta di iperbolica – e direi finalmente quasi definitiva – incarnazione dello spirito del regista, dà corpo e (poca) voce a quella che si può definire una propria curiosa ricerca d’identità, attraverso una poetica di gesti e immagini che possano inscriverlo in maniera più o meno sicura al di qua della cinepresa. C’è Jean Pierre Léaud, in overdose di se stesso, sperso in un metaforico bosco di memoria e in un altro fatto di specchi e neve finta, a far compagnia a un povero cervo confuso; Léaud, il re dimenticato, la voce, ma soprattutto il volto di una memoria che persiste, soprattutto con quegli occhi, gli stessi del piccolo Antoine Doinel che ci osservano tristi e un po’ sconcertati. C’è la Casta, bellissima, abbondante, perfetta nella sua coraggiosa imperfezione, ma inverosimile nel suo perenne disagio che la porta ad azioni estreme e in qualche modo a-simbiotiche rispetto al suo essere l’immagine di sé stessa. C’è Fanny Ardant, consapevole, decisa, al di sopra di tutto, sebbene allo stesso tempo fragile e stanca di dover trascinare tutto sulle sue spalle.
C’è molta bellezza in Visage. C’è una continua ricerca dell’espressione del bello autentico, vero, scevro da significati altri, eppure colmo di una poesia fatta delle piccole cose, delle cose vere e tangibili, come la bontà della frutta che Fanny mangia assieme allo spirito della madre defunta di Liang, il corpo sensuale e accessibile di Laetitia, o il poetico uccellino che si posa sulle dita di Léaud. Quadri viventi si susseguono, esprimendo la fascinazione per la tragica condizione in cui versano i corpi che si muovono leggiadri eppur stanchi, in questi scenari surreali che non sembrano portare da nessuna parte. E allora forse è meglio implodere, come sembra volerci dire Liang attraverso le sequenze più ostiche e ostili: Laetitia che copre tutte le finestre e gli specchi con il nastro adesivo nero; l’acqua che invade la casa della madre del regista e che sembra inghiottire ogni cosa in una piacevole e definitiva ninna nanna; il cervo impazzito che dà forti testate contro gli specchi della foresta.
Il rischio di implosione è forte, ma non solo metaforicamente. Nonostante una ricerca acuta nella composizione delle inquadrature e nella loro fotografia, nonostante la perfetta rappresentazione della disillusione attraverso i visi degli attori che guardano e non guardano la realtà che li circonda, Liang sembra fare il passo più lungo della gamba, riducendo il suo seppur ammirevole tentativo di fare arte in un esercizio pretenzioso composto da una macedonia di citazioni, autocitazioni, meta-cinematografia e simbolismi sterilmente ermetici.

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