Cinema News — 09 giugno 2014

Titolo: Welcome to New York
Regia: Abel Ferrara
Sceneggiatura: Abel Ferrara, Chris Zois
Fotografia: Ken Kelsch
Montaggio: Anthony Redman
Scenografia: Tommaso Ortino
Costumi: Ciera Wells
Musiche: Jonathan Mason
Cast: Con Gérard Depardieu, Jacqueline Bisset, Drena De Niro, Paul Calderon, Amy Ferguson
Produttori: Ged Dickersin,Adam Folk
Distribuzione: BIM
Nazionalità: USA
Anno: 2014
Durata:  120 minuti

 

Titolo-parodia per questo film ostracizzato dal Festival di Cannes che gli ha concesso solo la vetrina del Marchè e che lo ha spinto direttamente nello streaming della rete facendo solo un favore a Ferrara, il quale come ha più volte dichiarato “vuole” che i suoi film siano su internet, alla portata di tutti. Welcome to New York, in realtà è un film nel film, una sorta di replica, in negativo, disillusa e iconoclasta del precedente King of New York. Lì Frank White crimninale uscito di prigione vuole fare il Bene (costruire un ospedale ad Harlem) compiendo il Male, qui Devereaux compie il Male concellando il Bene dell’ “ideale”.

In Welcome to New York, pirandellianamente si recita a soggetto, parti pre-confezionate, già scritte e già recitate (come dimostra l’incipit del film in cui Depardieu stesso racconta il suo disgusto nell’interpretare Devereaux) per mettere in scena una commedia dell’esistenza in cui gli attori/personaggi sono ombre che deambulano su un palcoscenico asettico, vuoto e silenzioso come è quello dell’appartamento da $ 60.000 in cui Simone e il marito trascorrono i loro domiciliari. A Ferrara non interessa il caso DSK (che infatti viene relegato sullo sfondo con poche e sgranate immagini prese da you tube), gli interessa raccontare gli arresti domiciliari di una coppia colpevole che solo nell’esilio coatto newyorkese riesce a “fermarsi” e a guardarsi dentro di sé. Una coppia la cui colpa più grande è quella di aver anestetizzato, attraverso soldi e potere, il mondo in cui vive rendendolo un deserto arido e oscuro, un budello impenetrabile in cui c’è spazio solo per i grugniti (di lui) e per l’isteria (di lei). Non a caso il loro dialogo teatrale dopo la concessione dei domiciliari è interamente costruito sull’incapacità di essere uomo l’uno e donna l’altra; alla base di questa inconsistenza emotiva c’è però l’assenza di verità.

E la verità è la cifra autoriale di questo film-parodia, quella verità che come denuncia il cartello iniziale è impossibile conoscere e pertanto impossibile rappresentare. Ecco perché, intelligentemente, il regista costruisce la prima parte di film come un lungo video “scaricato” da Youporn, perché, ancora una volta l’unica realtà possibile è quella del corpo, ma, attenzione non di tutti i corpi. Solo quello decadente, titanico, flaccido e untuoso di Devereaux che incarna un potere tracotante, immarcescibile eppure già putrefatto, perché gli altri sono pezzi di plastica, manichini che compongono la corte al servizio del re, oggetti siliconati, bagnati di champagne, cosparsi di gelato, organizzati in amplessi coreografati e utilizzati in maniera istintiva e bestiale da un uomo solo, disorientato, incapace di amare (ma anche di odiare, e pertanto ancor più agghiacciante) che riduce il suo male di vivere, artatemente costruitosi, alla normalità di una patologia: la sessodipendenza.

Il film vero e proprio, quindi, inizia solo dopo il fermo all’aeroporto JFK, luogo in cui compare la scritta che dà il titolo al film, oltrepassata la quale Devereaux perde ogni aura di potere per diventare uno qualsiasi, un bambino che ha bisogno della moglie-madre, un uomo che ammette il suo fallimento che incomincia a parlare e smette di grugnire. Nella prima mezz’ora quella dell’orgia continua, infatti, Devereaux è rappresentato come un’orso che si muove claudicante e impacciato tra le mura strette e high-tech della caverna di una suite d’albergo, mentre, al commissariato, in prigione e infine nell’appartamento parla in continuazione e addirittura si lancia in monologhi-flusso di coscienza in cui ammette di non essere un “mostro” ma solo il frutto della società in cui ha vissuto.

Ecco quindi che, ancora una volta appare opportuno da parte di Ferrara realizzare un film in assenza di giudizio, perché sia lo sguardo in macchina di Devereaux nell’ultimo fotogramma del film, sia quello precedente sulla terrazza mentre dialoga con la figlia annullano la barriera-schermo per rivelare la realtà: quello che si sta raccontando riguarda tutti noi. Non a caso lo sguardo in macchina a metà film è accompagnato da parole che pronuncia lo stesso Abel Ferrara per interposta persona (Devereaux): “…andate a ‘fanculo tutti!…”

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