Archivio film Cinema News — 19 febbraio 2015

Già sceneggiatore e qui alla sua seconda prova alla regia, Damien Chazelle confeziona una perla imprevista, Whiplash, uscito in sala da noi praticamente “sopra” Birdman, a ridosso degli Oscar. Insieme al film di Inarritu, possiamo dire senza troppe esitazioni, è uno dei migliori visti in sala negli ultimi mesi. Il meglio arriva tutto d’un colpo, e il motivo per cui entrambi ci sono così piaciuto è probabilmente per l’uso di alcuni ricorsi narrativi, alcuni temi forti, giungendo, infine, ad una messa in forma (se così si può dire) impeccabile.

Whiplash, dicevamo, un film musicale, volendo essere fedeli ad un’etichetta; oppure, un elogio della follia. Siamo al conservatorio Shaffer di Manhattan, uno dei migliori del mondo. Il maestro di jazz Fletcher (J. K. Simmons), il più temuto in assoluto, una specie di istruttore Hatman di Full Metal Jacket, mette sotto torchio un allievo batterista del primo anno, Andrew (Miles Teller). Entrambi hanno in comune qualcosa con Jack Torrence di Shining, un demone nascosto dal talento, capace di scavalcare ogni inibizione sociale e morale. In questo caso non c’entra alcun blocco dello scrittore, ma è la rincorsa alla performance artistica perfetta a spingere i due protagonisti ad un rapporto intenso fatto di gratificazioni e umiliazioni.
Andrew, dal canto suo, è uno studente asociale, non popolare, che muove i suoi primi goffi approcci verso all’altro sesso. Vive da poco a Manhattan e suo padre, che è rimasto in provincia, lo supporta, ma, per lui, è un modello tutt’altro che vincente, è solamente un insegnante delle superiori. Sua madre, invece, l’ha abbandonato. Forse per questo, Andrew vede in Fletcher quel che manca a suo padre, un uomo molto diverso dal temuto e ammirato maestro, un genitore comprensivo, benevolo e pronto a supportarlo, anche nell’insuccesso.

Su questo sfondo, si svolge la dialettica maestro-allievo su cui si fonda l’intero film, in una vera e propria escalation di azioni-reazioni al limite dell’umano. Whiplash, per usare una metafora musicale, è un film in crescendo, dove la parte del leone la fa una grande performance di J. K. Simmons, volto familiare in bilico tra cinema indipendente (vedi Juno) e televisione (spesso in qualità di doppiatore). Siamo ai confini tra un film di formazione e un film sportivo; ogni esibizione dell’orchestra dello Shaffer sembra la partita decisiva di un campionato che si gioca, in realtà, all’interno del suo organico. Proprio per questo, Whiplash non racconta il lato oscuro della brama di successo, o le derive delle ambizioni individuali, bensì qualcosa di più, una storia dove talento, follia, sadismo e incomprensibile testardaggine portano ben oltre una mera analisi sociologica sulla competitività e sull’eccellenza. Qualcosa, infatti, rimane in sospeso, le motivazioni che spingono i due protagonisti a spingersi così in là; ma Whiplash gioca bene sul lato emotivo, dove le pulsioni sembrano avere la meglio sulla ragione, se non fosse che alla fine, per ottenere dei risultati, nella musica come in ogni campo, ci vuole una grande disciplina. A questo allude, probabilmente, il titolo, a una frustata ,che però, ancora una volta, ci porta più vicino ad una dimensione sadomasochistica, dove il piacere risulta una componente essenziale di un gioco a due dove le regole sono ben chiare. Ma tra Andrew e Fletcher lo scambio appare, ad un certo punto, alla pari, e qui sta il grande motore narrativo ed emotivo del film. Si arriva alla fine stremati, quasi al compimento di una catarsi dove le ansie e le frustrazioni personali sembrano sublimate dal vortice di pazzia e talento in cui siamo trasportati nel corso della storia. Chazelle confeziona un film praticamente perfetto, nello script, nella regia, e ovviamente, nella colonna sonora, dove spiccano i grandiosi assoli di batteria. Che altro dire, allora, se non che quest’anno in sala è iniziato molto bene.

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