Cinema News — 22 giugno 2014

L’enfer – Rubrica di film inediti

Titolo: Wolf Creek 2
Regia: Greg McLean
Sceneggiatura: Aaron Sterns e Greg McLean
Fotografia: Toby Oliver
Montaggio: Sean Lahiff
Scenografia: Obie O’Brien
Costumi: Nicola Dunn
Musiche: Johnny Klimek
Interpreti: John Jarratt, Ryan Corr, Ahannon Ashlyn, Philippe Klaus
Produzione: Duo Art Productions, Emu Creek Pictures
Distribuzione: Screen Australia, Image Entertainment
Durata: 104 minuti
Nazionalità: Australia
Anno: 2014

Se gli orrori e le crudeltà perpetrate in Wolf Creek non vi sono bastate, è allora arrivato il tempo di vedervi questo seguito sempre diretto da Greg McLean. La trama è sempre quella, dei ragazzi in viaggio per l’Australia vogliono ammirare l’enorme cratere di Wolf Creek ma devono però fare i conti con Mick, feroce assassino che si diverte a torturare gli stranieri. Quelli con i sacco a pelo sono le sue prede, ama inseguirli, stanarli come animali da caccia, vivisezionarli e probabilmente mangiarli anche. La divisa di questo mostro odierno che calca le vicissitudini dei passati Jason e Myers è vestito come un cacciatore, ha le armi di un cacciatore. Fucile con mirino, pugnale da caccia e ha un pick up esclusivo. Blu elettrico con sul retro catene, ganci, cassonetto con maiali putrefatti cacciati proprio da lui. E il suo veicolo prelude le sorti delle sue prede umane, quei poveracci che fanno di tutto per scampare alle sue grinfie ma che poi alla fine sono solo e soltanto prede da macello. Infatti dopo averle catturate, Mick trasporta le prede nel suo fortino. Una specie di caverna assortita da scheletri e resti umani. Trofei dei suoi trascorsi, una delle sue armi più grandi è il deserto. Ogni persona che viene catturata è una persona scomparsa, che nessuno verrà a cercare, che nessuno potrà mai proprio perché Wolf Creek è come se fosse un’altra dimensione, ingoiata da un altro spazio e altro tempo. Gli ingredienti sono quelli tipici dello slasher solo forse con qualche ‘macelleria’ in più. Infatti ci sono degli acuti richiami al torture porn, l’immobilizzare le vittime e la loro messinscena del dolore è una pratica saliente di film come Hostel e Saw. In più ci sono elementi netti del Defense Home detto anche Invasion Home. Gli assassini che cercano di entrare in casa e braccare le prede che fanno di tutto per non farli entrare e resistere. Proprio uno dei giovani si rinchiude in un casolare, aiutati da una coppia di anziani per sfuggire agli artigli di Mick. Qui c’è un richiamo totale a The Strangers, il film angosciante in cui una bellissima Liv Tyler deve guardarsi le spalle da un trio omicida da strapazzo. L’ambientazione è pressoché identica, cimeli di fucili in bell’esposizione, chiazze di sangue sbrattate contro il muro, cervella che si sparpagliano per tutta la casa. Infine, ma è un grosso particolare ed è forse quello più importante di tutti, la pellicola è imparentata con Non aprite quella porta. Qui non abbiamo una famiglia di cannibali ma abbiamo solo uno psicopatico, ma basta e avanza. E’ come se le atmosfere veritiere e orrorifiche del film simbolo di Tobe Hooper si fondesse con l’idolo orrorifico slasher alla Nightmare o alla Venerdì 13 e ne venisse fuori un nuovo predatore, molto realistico, assetato di sangue e pieno di sadismo. Non a caso il cappello di Freddy Kruger c’è, e anche il machete, più altri gingilli perfezionati per il massacro. Come Non aprite quella porta,il film paventa il fatto che tutto quello che viene mostrato è stato ricostruito, ovvero si tratta di una storia vera. Sembra che sia esistito davvero un maniaco che abbia ucciso un sacco di turisti col sacco a pelo però è morto sulla sedia elettrica. Il regista fa gioco forza che il killer è vivo e che se passi da quelle parti forse ti toccherà la stessa sorte. Non certo un bel biglietto da visita per l’Australia però anche qui c’è un chiaro riferimento ad Hostel. Se nel film di Eli Roth i paesi dell’est venivano considerati come brulicanti di case della tortura, qui c’è molta ironia ed esibizione. E’ proprio il regista australiano che si diverte a far credere che la sua terra madre è un posto infernale e inserisce ogni tipo di stereotipo possibile, dai canguri che vengono investiti senza pietà all’odio viscerale degli australiani per gli inglesi. Le scene splatter non mancano, anche passaggi rivoltanti come l’amputazione di un giovane tedesco che viene proprio trattato come carne da macello. Quel romanticismo macabro che caratterizzavano mostri come Freddy e Jason sembra del tutto scomparso, ora è presente solo agonia e disperazione, come se gli adolescenti sono sempre le vittime di ogni epoca e tipo di società e i mostri da fantastici diventano sempre più reali e impressionanti, e questo perché? Forse perché viviamo in tempi peggiori, forse perché non c’è più spazio per il sovrannaturale e l’onirismo? O forse perché la tortura e l’esposizione  veritiera della violenza ha messo troppo piede nell’horror e quindi non ci si diverte più ma si ci sciocca solamente. Sì, qualche sequenza goliardica nel film c’è, qualche battuta lanciata dal protagonista omicida, però non è più come prima. Quella spensieratezza che definiva il cinema d’orrore se n’è andata via e con essa tutta l’ironia degli anni passati.

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